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Harlem: recensione della serie TV Amazon

Harlem, la nuova serie tv Amazon che racconta la vita di uno dei quartieri black più famosi di sempre, con una guest star acclamata: Whoopi Goldberg. Ma sarà all'altezza di tanta storia e cultura?

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Proprio agli ultimi granelli della clessidra che segna l’uscita della nuova stagione di Sex and the City, esce su Prime Video (dal 3 dicembre 2021) Harlem, serie TV di genere dramedy che con la serie cult anni Novanta ha davvero molto a che fare.
Harlem, omonima del quartiere ove è ambientata, vede al centro della sua storia un gruppo di quattro amiche di colore alle prese con una vita a metà fra il passato, il presente e il futuro. Poche le premesse: quattro donne che vivono uno dei quartieri black più famosi non solo di New York City ma degli Stati Uniti, palcoscenico e simbolo dei movimenti di controcultura nera da decenni e fonderia di nuove storie e pensieri.

Di cosa parla Harlem, la serie Amazon che “fa il verso” a Sex and the City?

Le quattro amiche, proprio come in Sex and the City, figurano in una New York affollatissima – e in una Harlem forse ancora più affollata -, cercando di vivere le esperienze del quotidiano affrontandole con il taglio tipico di questo genere di prodotto narrativo: ironia, sesso, soldi, amicizia. Così come in Sex and the City v’è nel quartetto chi appare in rilievo: lo spirito di una Carrie Bradshaw di Harlem si proietta su Camille (interpretata da Meagan Good), che introduce lo spettatore in ogni nuova puntata con una lunga riflessione che si protrae fino alla fine dell’episodio, attraversando tutte le fasi della presa di coscienza dei personaggi principali. Insomma, un format ormai rodato e di successo. Camille è docente in università, Tye (Jerrie Johnson) è un’imprenditrice che si è spesa per creare una applicazione di incontri dedicata alle persone nere e queer, Quinn (Grace Byers) lavora al sogno di essere una grande stilista, mentre Angie (Shoniqua Shandai) ama cantare ed essere al centro dell’attenzione. Insomma, un quadretto che pare ben definito e pronto per essere lanciato sul mercato, per divertire e supportare gli spettatori; almeno, questa è l’aspettativa.

Alla base di questa nuova produzione Amazon v’è sicuramente di proporre il classico dramedy al femminile in una chiave contemporanea – aggiungendo al cast una Whoopi Goldberg che fa da timoniere mediatico fra il vecchio e il nuovo, se così si può dire -, che non solo si adatti ai tempi che cambiano ma che si spenda anche a favore di nuove correnti e rivoluzioni di pensiero. Non è sicuramente un caso che Harlem, così come altri titoli, nasca proprio oggi, al tempo di cambiamenti riottosi che riguardano la comunità afroamericana e, più ampiamente, le minoranze più bistrattate e considerate al margine delle necessità primarie. Harlem cavalca quindi un movimento di grosse proporzioni e proprio per questo motivo potrebbe portare su di sé, così come – lo si ricorda – altre produzioni, il peso di una responsabilità sociale: quella di farsi rappresentazione, in un canale di distribuzione così vasto, di realtà delicate e spesso difficoltose.

Una serie di spicco o un prodotto fra i tanti? I problemi di Harlem

Come s’è scritto, la serie segue le orme – molto precise e nitide, forse troppo precise e nitide – dell’emblematico Sex and the City: combaciano la struttura narrativa, comprensiva dei personaggi e le situazioni ramificate cui questi incorrono, lo stile estetico che gioca su punti di vista alla moda e sgargianti nella fotografia e le inquadrature, immerse in una colonna sonora sempre adatta al contesto. Insomma, il prodotto è ben imbellettato per debuttare in società, se con società si intende un canale di distribuzione cinematografica con precisi codici. Tuttavia, Harlem risulta essere una serie tv problematica; sebbene l’apparato visivo cerchi di mettere d’accordo le diverse pretese di diversi spettatori, la scrittura della serie risulta spesso uno spartano riutilizzo di contesti e battute, riciclate da una valigia piena zeppa e in costante accrescimento.

L’ingombro più di sostanza è la mancanza di realismo e di plausibilità, che risulta essere il linguaggio cinematografico principale della serie. Vero è che non è sempre il realismo ad essere importante o motivo di pregio in un’opera di fiction (e spesso neanche per certe tipologie di cinema documentario), ma lo diventa se l’oggetto in questione  ha derivazioni sociali e di spropositata pregnanza a livello politico. In Sex and the City non c’era la pretesa di una delicata rappresentazione sociale, anzi la serie puntava all’esagerazione, all’iperbole, di un certa fetta di comunità statunitense; motivo per cui la mancanza di realismo non stonava con la linea narrativa (che era comunque alternata da momenti di attinenza alla realtà, specie in personaggi come Miranda) ma era, invece, una decorazione in più. Con Harlem siamo di fronte all’effetto opposto (ambigua è l’intenzione dei creatori, come di qualsiasi produzione contemporanea che si leghi con così tanto fervore alle esplosioni mediatiche del reale): la mancanza di realismo della serie ne penalizza il contenuto alla base. Quasi ogni dialogo è stereotipato e banale, le quattro protagoniste hanno un background esageratamente privilegiato in cui le difficoltà sono per lo più di tipo relazionale. Giusto è sicuramente mostrare il successo delle minoranze, ma in Harlem è tutto molto gonfiato e non c’è stratificazione tale da giustificare un risultato tanto pomposo.

Tra serietà e leggerezza: cosa non funziona in Harlem?

Tutto questo andrebbe bene se la serie non avesse pretese di serietà, lungo gli episodi; una serietà che richiederebbe una complessità narrativa maggiore per poter essere credibile. In questo modo, di contro, tutti gli spunti socio-politici che compongono la questione afroamericana, risultano come una accozzaglia di parole senza significato. Più volte termini complessi e travagliati come queer e libertà, verità, vengono sputati fuori per condire il discorso e definire il contesto senza però venir messi al vaglio, analizzati, esplicati. Così come, talvolta, vengono mostrati personaggi della cultura nera e pezzi di documentazione visiva quasi solo per fare sfoggio e, ancora, definire il contesto; mai per approfondire la questione. Si ha spesso la sensazione di una parodia, dove le grosse parole, mai approfondite, vengono utilizzate per farsi beffa e generalizzare sulle categorie sociali. Sicuramente la parodia non è il genere di Harlem, ma la buca è sempre dietro l’angolo per accogliere chi scivola a causa di questa leggerezza narrativa. Altro problema della serie è quello di mostrare la controparte nera nel mondo: non v’è naturalezza e storicità nella scrittura dei personaggi (e della serie, in generale), sembra piuttosto che gli emblemi della narrativa letterario-cinematografica della cultura occidentale e bianca vengano solo riproposti nella loro versione di colore. Harlem pare davvero la versione black di Sex and the City poiché i personaggi compiono esattamente gli stessi gesti, le stesse azioni delle protagoniste del cult anni Novanta. Le uniche differenze fra i due prodotti, sono rappresentate da modelli di comportamento stereotipati – salvo rari casi – della comunità afroamericana, elemento che appare altresì critico nel complesso dell’opera. Eppure non ci sarebbe la necessità di rifarsi a un modello caucasico, nel creare un prodotto che si rifaccia alla cultura afroamericana; la storia e la cultura del popolo nero degli Stati Uniti (e in generale delle etnie più bistrattate) sono ricche e ramificate, antiche, tanto da offrire un ventaglio enorme di possibilità narrative. Eppure, pare che poter sfoggiare la propria presenza all’interno delle scatole dell’internet e dell’intrattenimento, bisogni seguire delle regole che, non tanto casualmente, sono dettate da un sistema occidentale e bianco.

Vi sono, ogni tanto, momenti di ilarità e nonsense che danno luce a questo titolo. Questi figurano fra gli unici attimi di pregio della serie, poiché le conferiscono la reale leggerezza che era forse l’embrione della produzione – così come, di rado, v’è un accenno di strutturazione riguardo le intenzioni più serie. Ma sono momenti che rimangono spesso isolati, poiché immersi in una scrittura generale confusa tra la commedia e le pretese di fare attivismo sociale con le immagini, finendo per creare un groviglio. Un groviglio sì fruibile e che, probabilmente, potrebbe anche portare a piccoli atti di rivoluzione ma che, molto più probabilmente, esiterà nel maturare come prodotto di spicco. Proprio per questo, non molti sono i pregi per cui guardare la serie. Fra i pochi, sicuramente, l’attesa di un seguito che, chissà, potrebbe invece cambiare le carte in tavola e rivelare le reali qualità di Harlem.

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