Hard Cell: recensione della miniserie comica Netflix

La direttrice del penitenziario femminile di Woldsley ha un progetto che le sta molto a cuore: produrre un musical, facendo recitare le detenute...

Catherine Tate è un personaggio televisivo molto conosciuto e apprezzato dal pubblico britannico. Il suo talento comico è esploso nel 2004, con The Catherine Tate Show, passando poi per Doctor Who e approdando a The Office. Considerando un periodo d’assenza durato quasi 10 anni, l’improvvisa apparizione di Hard Cell – tutti i 6 episodi della miniserie sono disponibili su Netflix dal 12 aprile – è stata salutata come una gradita sorpresa, con tutta la curiosità (e anche la diffidenza) del caso.

Per lo spettatore italiano, la comprensione di questa “commedia carceraria” deve passare forzatamente attraverso altri riferimenti: lo stile di Tate rimanda al tipico british humour di Ricky Gervais, con il ricorso allo sketch breve in stile Little Britain, la serie cult vista in Italia su MTV. L’obiettivo principale è la canzonatura dell’uomo medio inglese, con il ricorso al paradosso e ad una rappresentazione volutamente piena di stereotipi.

Una delle cose belle dello stare in prigione è la libertà”

Le considerazioni da fare, a tal proposito, sono essenzialmente due. Da un lato, è indubbio che Hard Cell abbia una struttura solida: possiamo immaginare il divertimento di Tate & Co. (la serie è stata scritta assieme a Niky Wardley e Alex Carter) in fase di sceneggiatura, sia nel momento del tratteggio dei vari personaggi – e qui Tate ne interpreta addirittura 6 – che in quello della costruzione delle gag. Dall’altro, è difficile non considerare come il risultato finale risulti leggermente datato, fuori tempo massimo.
La miniserie è ambientata nell’immaginario penitenziario femminile di Woldsley, da qualche parte nell’Essex. C’è una direttrice, Laura, totalmente a disagio con le dinamiche carcerarie; ci sono un pugno di collaboratori, tra cui spicca il braccio destro e “numero due” Dean; e ci sono soprattutto loro, le detenute, a formare un gruppo piuttosto eterogeneo di varia umanità. Tate, naturalmente, tiene per sé i pezzi migliori del campionario, su tutte la timida Angela (che sembra finire dietro le sbarre per un errore) e la violenta ergastolana Big Viv.

Hard Cell: in carcere tra sarcasmo, parodia e sentimentalismo

Al netto di alcune sequenze particolarmente riuscite, che riguardano perlopiù l’etnia dei protagonisti («Noi non diciamo “strano”, diciamo “gallese”») e le bislacche prove del musical che coinvolge quasi tutte le protagoniste (perché “La creatività porta alla riabilitazione”), Hard Cell lascia un’idea di incompletezza. La durata stringata degli episodi (attorno ai 25 minuti l’uno) non consente mai un adeguato sviluppo, e al contempo si ha la sensazione che lo script aspiri a qualcosa di più della semplice caricatura da punchline. Tuttavia mentiremmo se dicessimo che Hard Cell non fa ridere, o che il suo sarcasmo non fa alzare qua e là il sopracciglio.
Ma anche questa è, tutto sommato, un’osservazione che provoca un certo rammarico, per le potenzialità inespresse del progetto e per il suo adagiarsi su schemi già ampiamente risaputi. Persino il finale – no spoiler! – manca di incisività, assomigliando quasi più al preludio di un lavoro di più ampio respiro e calcando molto la mano sull’aspetto sentimentale e “buonista”. È importante ribadire l’importanza della lealtà, della solidarietà e dello spirito di sorellanza, certo; ma forse sarebbe stato più logico tenere fede allo spirito caustico e british delle premesse.

Regia - 2.5
Sceneggiatura - 2
Fotografia - 2
Recitazione - 3.5
Sonoro - 3
Emozione - 2

2.5

Regia: 2 e mezzo Sceneggiatura: 2 Fotografia 2 e mezzo 3 e mezzo 3 e 2

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