voto del pubblico 3.3/5
voto finale 2.8/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
vota il film ora!

A un certo punto della sua carriera i critici lo avevano soprannominato ‘Mr. Clean’. Un epiteto perfetto, che racchiudeva in un sol colpo il rigore, la sofisticatezza e l’essenzialità del suo stile sobrio e modernissimo. Ma la traiettoria di Halston, nello stesso modo in cui raggiunse le vette più alte del fashion mondiale, toccò in picchiata anche quelle più infime, quando un connubio di accordi produttivi sbagliati e recensioni spietate decretarono di fatto la fine di un brand rivoluzionario.

Di tutte le potenzialità narrative e biografiche offerte in dono al cinema o alla tv dal fatidico “mondo della moda”, la storia di Roy Halston Frowick, il golden boy del midwest divenuto marchio e pioniere del minimalismo, forse non è poi così altisonante al di qua dell’oceano o in terra franco-italica simbolo del prêt-à-porter di tutto il mondo. Eppure in America Halston è ancora oggi uno degli stilisti più influenti del millennio che, con il suo sguardo lungimirante e la sua apertura ad una moda commercializzabile pur rimanendo di qualità, riuscì a scalare gli impervi e spietati gradini del glamour mondiale, mostrando a tutti che quella a stelle e strisce non era più la moda guardata dall’alto in basso da occhi europei.

Halston: il brand, l’uomo e il sogno americano

halston cinematographe.it

Dopo il bis di documentari Ultrasuede: In search of Halston del 2010 e Halston del 2019, Netflix sotto la tangibile produzione del suo habitué Ryan Murphy e con protagonista un inedito Ewan McGregor, tributa al celebre stilista una miniserie in cinque parti che ripercorre l’ascesa, il successo e la caduta dell’uomo e del marchio, evocando uno dei periodi più fecondi della creatività artistica mondiale tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80. Una popolarità agguantata grazie a Jacqueline Kennedy quando, nel 1961 mostrava dall’elezioni presidenziali del marito in diretta tv, il cappellino azzurro pastello chiamato pillbox, dilagando subito dopo tra le donne americane in ogni stato.

Parte proprio qui, da una donna icona del ‘900, l’inizio del boom del brand Halston, un self-made man nato a Des Moines e arrivato a New York col pallino per l’artigianato. Da lì in poi conobbe Liza Minnelli (Krysta Rodriguez), Liz Taylor, Bianca Jagger e la sua celeberrima apparizione allo Studio 54 su un cavallo bianco e rigorosamente vestita Halston; e poi ancora Catherine Deneuve, Marella Agnelli, Lauren Bacall e Babe Paley. Tra le sue Halstonettes, così aveva ribattezzato le sue modelle, c’era prima di tutte Elsa Peretti (Rebecca Dayan), mannequin, musa e creatrice di gioielli che le rimase accanto sempre, anche a seguito della vendita del marchio alla Norton Simon, (capitanata nella serie dal produttore immaginario David Mahoney, interpetato da Bill Pullman), il quale assunse le redini dell’azienda per problemi finanziari causati da spese folli e incapacità di gestione economica dello stesso stilista. I fasti hollywoodiani dei party, il sesso promiscuo e l’abuso di cocaina infatti deturparono sia l’uomo che il marchio, e quello stile di vita ultra godereccio e sfrenato gli costò caro, decretando un epilogo drammatico con la morte per complicanze dovute all’HIV all’età di 57 anni.

Halston: biografia a eventi e parabola autodistruttiva

halston cinematographe.it

Del tocco pirotecnico e compiaciuto di Ryan Murphy, la regia di Daniel Minahan, sembra ereditarne e assumerne molto più di una semplice produzione, e la miniserie Netflix ingloba in parte lo stile visivo e le modalità del multi premiato esploratore della serialità televisiva. Tuttavia, della grandezza esplorativa di American Crime Story: L’assassinio di Gianni Versace, la serie FX diretta da Murphy che scavava affondo l’humus sociale americano per arrivare all’apice delle cause penetranti che portano all’omicidio dello stilista italiano, nella prova di Minahan pare non vi sia traccia, e Halston sceglie di raccontare una vita attraverso le sue tappe e gli accadimenti più o meno noti, dimenticando di sospendere la cronologia e arrivare al momentum.

Nel disegnare una parabola comune e caratteristica del genio, ovvero quella della preparazione, del successo e del crollo in modalità autodistruttiva, la miniserie intraprende una procedura ben nota, contribuendo al cliché del creatore inclemente, intransigente, insensibile ma dannatamente fascinoso e bisognoso di attenzioni; nell’aggiunta del passato d’infanzia traumatico e sottointeso, che riaffiora spesso nei momenti di solitudine e mancanza di accettazione.

Stereotipi geniali e critica ereditaria

halston cinematographe.it

Di chi fu veramente Halston, ideatore del Caftano e dell’Ultrasuede, rimane un ritratto sommario e sintetico, conforme a tanti altri ritratti di artisti geniali e lungimiranti che facevano a pugni con la propria vita privata, una volta chiuse le porte dell’atelier e spenti i flash delle telecamere. Ewan McGregor tenta il tutto e per tutto, ma dell’estro irregolare dei picchi creativi ne assume invece tutta quella gamma di movenze e atteggiamenti da stilista iconico e maledetto che già molti prima di lui hanno impersonato.

“Imprecisa e fittizia”, l’ha definita la famiglia Halston. Ci vorremmo affidare alle loro parole, di certo più attendibili della visione che si fa lo spettatore nel corso degli episodi della miniserie Netflix. Ma si sa, la vita vera è un’altra cosa e il cinema, come è giusto che sia, sfrutta il materiale reale da sempre a suo piacimento per emanare piuttosto fascino e non banale congruenza.

Halston, composta da un totale di cinque episodi, è disponibile su Netflix dal 14 maggio 2021.