voto del pubblico 4.8/5
voto finale 3.3/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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È sulle figure femminili che Netflix sta costruendo alcuni dei suoi universi migliori, vivi, reali, vibranti, non sta un passo indietro, si espone invece con forza e tenacia. Netflix ha raccontato nel miglior modo possibile la tragedia umana delle detenute di Litchfield in Orange Is The New Black, ha sviscerato i loro dolori, le loro paure, non tanto diverse dalle nostre, e con Glow ha fatto lo stesso, concentrandosi su un gruppo di lottatrici, colte nel tentativo di ritagliarsi, grazie al wrestling, un posto nel mondo, sul ring e fuoriOrange Is The New Black e Glow hanno alcuni punti in comune: mostrano donne messe ai margini e in entrambi i casi si tratta di una narrazione femminile immersa in un mondo solitamente e prettamente maschile, in cui le protagoniste tentano di ricostruire se stesse in un sistema fallocratico, scontrandosi con stereotipi razziali e di genere.

Glow, la serie di Liz Flahive e Carly Mensch, è dal 29 giugno sulla piattaforma con la sua seconda stagione (10 episodi), torna sul ring ancora più decisa della precedente. Le wrestler, pronte a ricevere il successo tanto sperato, ormai sono professioniste, completamente dedite alla lavorazione di Gorgeous Ladies of Wrestling (programma anni ’80 in cui un gruppo di donne si scontrano imitando il wrestling maschile), così si chiama l’intera stagione di 20 episodi che la rete via cavo ha loro commissionato.Nella prima stagione Glow aveva trafitto i cuori grazie a un mix “letale” di umorismo e lotta, di dolore e sfida (contro se stesse, contro le altre e soprattutto contro il sistema maschile), di dramma – costruito su molti livelli – e commedia, nella seconda stagione, messo da parte per certi versi il ring, la musica non cambia, anzi, se possibile, ogni cosa è ancora più intelligente e sovversiva, penetrando nel tessuto seriale.

Glow: la sorellanza è uno stile di vita

Dopo aver girato il pilot, le Gorgeous Ladies of Wrestling devono affrontate le riprese della prima stagione, ma i problemi sono dietro l’angolo ed è questo il centro della stagione. Glow, usando la leggerezza e l’ironia delle situazioni e dei suoi personaggi, riesce a dare profondità a ogni cosa rendendola attuale, è in grado di far innamorare il pubblico di tutte queste donne tanto complesse e divertenti da suscitare commozione e sorriso. Se nella prima stagione la serie ha raccontato la rivincita delle protagoniste che con sudore e fatica sono riuscite a superare gli ostacoli della vita, in questa seconda stagione il tema è l’amicizia, la sorellanza, grazie alla quale nessuna delle componenti della squadra, è mai veramente sola. Una sorellanza che è legame solido, unico e irripetibile, nodo difficile da sciogliere e, anche quando sembra possibile, è solo apparenza (il rapporto tra Debbie/Betty Gilpin e Ruth/Alison Brie).

La rivalità fra le due attrici principali, Ruth e Debbie, è ancora elemento fondante dell’intreccio, litigano, si rinfacciano situazioni passate (il tradimento del marito di Debbie con Ruth e di conseguenza è sua la colpa del loro divorzio), si pungolano cercando di ferirsi (la loro lite in ospedale) e ostacolarsi (Debbie tenta in ogni modo di mettere i bastoni tra le ruote all’amica/nemica), arrivano addirittura alla “rottura” ma poi proprio in nome di quella sorellanza, proprio per il bene che in fondo, nascosto tra recriminazioni, insulti e rabbia si vogliono, riescono sempre a cucire lo strappo.

Sembra tutto uguale quindi in questa stagione, Zoya the Dystroyer contro Liberty Bell, le sfide tra le wrestler, soldi che scarseggiano, invece no perché Glow è capace di prendere tutto ciò che di buono c’era nella prima e di migliorarsi senza snaturare se stessa e le sue donne.

Glow: la costruzione di un’identità femminile, forte e tenace

La seconda stagione si apre con Ruth che gira la sigla dello show, questo la porta a scontrarsi con Sam che si sente irrimediabilmente minacciato da lei e dalle sue evidenti capacità. Una rottura che sembra quasi inevitabile. Ruth non vuole stare dietro a nessuno, vuole lottare per il proprio posto, per il proprio mondo e lo fa con le unghie e con i denti.

Glow fa a botte con il politicamente corretto e si fa portavoce di una nuova e fresca idea femminista che si prende gioco di sé, degli altri e del mondo, è punto d’osservazione particolare di una figura femminile diversa che esce dai canoni e proprio mentre fa ciò si ricostruisce. Ruth e le sue compagne non si arrendono di fronte alle avversità e con il loro show rompono schemi, recitano cliché triti e ritriti, diventando insolenti, vergognose anche e proprio incarnando ciascuna un tipo di donna stereotipato, ottengono l’effetto contrario, portando alla luce, fuori dalla scena, la wrestler e la donna che vi è al di sotto. È proprio questo uno degli elementi più riuscito nella serie, la riflessione sull’immagine (mediatica) della figura femminile: le scene di lotta – anche se non sono più centro unico della narrazione, risultano ancora più sorprendenti – che coinvolgono le attrici sono spesso offensive, al limite, eppure proprio per questo fanno fare un passo in più alla Donna.

Così mentre Sam/Marc Maron fa il capo machista, rozzo e severo, e Bash (Chris Lowell) tenta di tenere a freno la sua vera natura sessuale, Ruth e Debbie, “a suon di colpi”, distruggono “la casa paterna”: la prima ha velleità da leader e da regista, la seconda diventa produttrice, tralasciando il “ruolo” da star, non vuole soccombere e si scontra ad ogni passo con il maschilismo dei suoi “colleghi” (che non la invitano alle riunioni, che la prendono sottogamba). Così tra un round e l’altro, tra un problema (abbandono degli sponsor e i capricci dei manager televisivi) e una soluzione, tra soldi che scarseggiano e manager che prima promettono e poi non mantengono Glow racconta nodi profondi del femminile, ne perlustra le luci e le ombre, mai con pedante serietà ma con una devastante vena comica. Di episodio in episodio le lottatrici accrescono l’universo Donna che Glow costruisce di coraggio, forza identitaria, indipendenza (emotiva, psicologica e finanziaria), libertà di parola, di pensiero e di essere (le protagoniste sono nere, lesbiche, delle lupe – Sheila/Gayle Rankin -, sono rotonde senza paura di esserlo ma con pervicace orgoglio).

Glow: come rappresentazione del contemporaneo

Proprio per la sua forma, per il suo stile, per il suo essere un prodotto di nicchia Glow è in grado di togliere il velo dalle cose, mostrarle per ciò che sono, prendendosi gioco delle cose stesse. Lo show è una chiara rappresentazione del mondo a cui la donna appartiene, e non solo e non tanto della donna sul ring, lustrini e cotonature degli anni ’80, ma anche di quella di oggi, fuori e dentro al mondo dello spettacolo.

Le battute sessiste rivolte alle wrestler, la discriminazione sul set, la rappresentazione della donna come oggetto erotico, sono solo alcune delle tematiche affrontate da Glow. Quando Ruth, invitata a cena da un manager televisivo – che avrebbe dovuto aiutare lo show delle lottatrici -, è da lui molestata, viene alla mente il recente caso Weinstein. La scena risulta dolorosa e drammatica, nel volto spaventato e umiliato di Ruth si riverberano i sentimenti di chi ha vissuto ciò che ha vissuto lei; dall’altra parte nelle parole di Debbie, a cui la vittima confida l’accaduto, c’è tutto il paternalistico giudicare (“L’unica volta che tieni le gambe chiusi, ci fotti tutte quante”), il comune pensiero che viene tramandato da secoli (una donna deve essere carina con il potente). Ruth decide, sceglie, anche se il wrestling è tutto per lei, se il suo lavoro rappresenta lei stessa, pone al centro, ma senza moralismi né pudori, la sua dignità. Acquista un valore enorme dunque la reazione di Sam, in quanto uomo, in quanto rappresentazione del maschio alpha, che dopo aver saputo il motivo per cui il suo show è stato cambiato d’orario (la scelta di Ruth) dice alla sua amica, collega, star, che ha fatto bene.

Glow non è mai didascalia, ancor meno giudizio, immerge ogni cosa in una materia pulsante, molto umana e spesso ironica, così la storie di Welfare Queen (Kia Stevens) – donna afroamericana che dopo tutti i sacrifici per mandare suo figlio a studiare a Stanford, viene da lui giudicata perché nello show lei incarna i pregiudizi del periodo reaganiano contro cui la sua comunità ha combattuto –, di Britannica (Kate Nash) – proviene dal Regno Unito e rischia di essere deportata perché entrata negli Stati Uniti illegalmente – tracimano il contingente per rappresentare qualcosa d’altro.

L’arma vincente di Glow sta proprio nel fatto che parte da una storia semplice anche se ricca, piena di tematiche e di sistemi di valori ben precisi: queste donne sono sì ai margini, vittime di una società che le aveva umiliate e messe da parte, eppure hanno trovato il modo di essere al centro proprio grazie alla famiglia che hanno creato. Il punto di Glow sta nello scherzare con se stessa ma nello stesso tempo, nel raccontare storie che sanno di verità e realtà in cui ogni donna di ogni tempo e di ogni latitudine si può rivedere.