Finché vita non ci separi: recensione della serie TV su Netflix

Il settore delle nozze è in crisi, meno quello dei divorzi. Finché vita non ci separi è la serie portoghese su Netflix che racconta le dinamiche intergenerazionali di una famiglia di organizzatori di matrimoni, alle prese con la consapevolezza di un amore adulto che non è più quello di un tempo.

Dal 10 febbraio 2022 sul catalogo Netflix si aggiunge anche il dramedy familiare Finché vita non ci separi, un affresco agrodolce di tre generazioni al caotico confronto con il tempo che passa, il compromesso dei sentimenti e l’istituzione del matrimonio. Scritta da Hugo Gonçalves, Tiago Santos e João Tordo, la serie in otto episodi è diretta interamente da Manuel Pureza, cineasta portoghese qui alla sua tredicesima regia di un prodotto seriale, abile nell’aver giocato con il doppio registro del dramma e della commedia, ma soprattutto nell’aver racchiuso la variabile della cerimonia nunziale come riflessione al cambiamento delle relazioni amorose nel tempo presente.

Finché vita non ci separi: i Paixão, tra crisi del settore e del proprio matrimonio

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A coordinare la preparazione dei matrimoni delle aspiranti coppie ci pensano i Paixão, in particolare Vanessa (Rita Loureiro), donna alle porte della menopausa e sia braccio che mente dell’azienda, con la figlia Rita (Madalena Almeida), pragmatica e addetta alle video-interviste degli sposini, e il figlio Marco (Diogo Martins), amante della realtà virtuale e animo certamente più emotivo. I tre vivono insieme in una ex-fattoria ora adibita a villa per le celebrazioni e i successivi festeggiamenti, condivisa con i genitori di Vanessa, gli anziani Luísa e Joaquim (Henriqueta Maia e José Peixoto), e in ultimo con il marito Daniel (Dinarte Branco, bravissimo) fotografo in crisi esistenziale e in procinto (doloroso) di divorzio con la moglie.

Malgrado, dunque, i Paixão hanno a che fare da anni con l’euforia e il romanticismo che ruota attorno l’organizzazione delle nozze, una volta andati via gli ospiti e rientrati nelle proprie camere si affaccia nelle loro vite il disincanto di un amore che è giunto inevitabilmente al capolinea; così, anche i più giovani sull’ombra dei genitori, si ritrovano a fare i conti con le proprie ferite, i propri limiti e le proprie malinconie.

Il compromesso nunziale e la consapevolezza del ‘come eravamo’

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Articolato sul modello tradizionale del grande racconto familiare che interseca assieme dinamiche relazionali e problematiche personali, Finché vita non ci separi rintraccia la metamorfosi del sentimento a due e dei bisogni personali che devono giungere a patto con la scelta dello stare insieme per sempre, trovando nella coppia di Vanessa e Daniel l’appiglio narrativo sul quale costruire la propria riflessione. E’ sulla consapevolezza dolorosa del ‘come eravamo’ e del ‘come siamo ora’ che la scrittura della serie affonda la propria curiosità per poi perlustrare attorno al tema cardine tutte le altre sfumature, permettendosi uno sguardo satirico sul business dei matrimoni ironizzando su un certo reality che accoppia sconosciuti all’altare su percentuali di affinità; sulle coppie aperte a tre; sulla forzatura dell’unione apparente fra un calciatore e una influencer; sul vincolo pseudo amoroso di due figli di antagonisti politici.

Finché vita non ci separi: fotografia del presente e bianco e nero del passato

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La serie di Pureza, allora, escogita la formula della preparazione di un unico matrimonio a puntata come ironica fotografia della contemporaneità, tornando spesso indietro nel tempo in episodi flashback per indagare di più sulla natura del legame dei protagonisti. Quello dedicato a Vanessa e Daniel, che ricostruisce nell’atmosfera degli anni Novanta il loro primo incontro e le aspettative confuse alla paura della loro (inconsapevole) scelta di sposarsi, è quello che sembra confermare la riuscita complessiva di una serie classica ma dal sapore di modernità, capace di far affezionare i personaggi al proprio pubblico dimostrandosi in grado di trasmettere la complicità e l’affezione genuina che li lega.

Non soffermandosi alla sola presa di coscienza di un settore in declino, ma trovando nello stallo ‒ a suo modo, e senza non cadere in alcuni passaggi superflui ‒ la molla da cui trovare lo slancio a una rinascita e a un rinnovamento interiore, Finché vita non ci separi si presenta come una serie semplice ma non semplicistica, curata nel doppio versante della scrittura e della resa scenica, in particolare l’ottima fotografia del DoP Vasco Viana. Arrivata su Netflix un po’ in sordina ma a cui forse andrebbe data una chance.

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Regia - 3.5
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 4
Recitazione - 3.5
Sonoro - 3
Emozione - 3

3.4

Tags: Netflix

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