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Gli ingredienti di successo per un buon manga shonen sono pochi, ma vanno dosati nelle giuste proporzioni perché si possa suscitare l’interesse del sempre più esigente (e, va detto, ben abituato) pubblico del fumetto alla giapponese. Che Demon Slayer (Kimetsu no Yaiba) abbia raggiunto e mantenuto questo equilibrio da tempo non è un mistero: nei suoi quattro anni di pubblicazione, dal 2016 al 2020, ha ottenuto premi e riconoscimenti a non finire, arrivando a essere annoverata tra le serie manga più vendute di sempre.

Esistono comunque casi in cui, sebbene il materiale di partenza sia ottimo, l’anime non riesce a tenere testa al manga, risultando confusionario, pieno di filler o semplicemente inadatto a rendere giustizia al fumetto. Per fortuna, però, non si tratta di ciò di cui stiamo per parlare: l’anime di Demon Slayer, finalmente disponibile su Netflix dal 1° febbraio, è una vera e propria delizia per gli occhi, che rende alla grande l’idea di come le avventure di Tanjiro Kamado possano essere così popolari in tutto il mondo.

La trama di Demon Slayer

Ambientato in Giappone nel periodo Taisho, che va dal 1912 al 1926, la trama ruota per l’appunto intorno a Tanjiro, fratello maggiore in una famiglia orfana di padre, che si trova quindi a vendere carbone per mantenere la madre e i fratelli e sorelle minori. Una mattina, rincasando dopo aver trascorso la notte fuori casa, Tanjiro scopre l’orrore: la sua famiglia è stata sterminata da un demone. L’unica sopravvissuta è la sorella Nezuko, ma c’è un grosso però: la ragazza è diventata un demone a sua volta.

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Al contrario degli altri demoni, la cui principale fonte di sostentamento sono gli umani, che mangiano senza pietà, Nezuko si dimostra subito diversa: non solo non è interessata a cibarsi di Tanjiro o di altre persone, ma sembra persino nutrire un moto di protezione nei confronti del fratello, pur imprigionata in una nuova forma demoniaca.

Convinto quindi che sua sorella possa tornare com’era un tempo, e mosso inoltre dalla volontà di impedire che altri demoni con intenzioni ben peggiori di quelle di Nezuko possa fare del male ad altri come successo alla sua famiglia, Tanjiro intraprende un cammino lungo anni, che lo porterà a diventare un cacciatore di demoni (un demon slayer, appunto).

Uno shonen da manuale

Come si diceva in apertura, gli ingredienti per un buon prodotto shonen non sono molti: un protagonista con il quale si possa empatizzare, che incarni tutte le qualità dell’eroe positivo pur senza risultare un “perfettino”, ma con pregi e difetti che lo rendono unico; le sfide e le battaglie che lo mettono alla prova per farlo crescere, che non devono essere banali, ma devono dargli la possibilità di trionfare (quasi) sempre risultando comunque avvincenti; elementi magici o sovrannaturali sono ben graditi e, solitamente, ancora meglio è inserire riferimenti al folklore o alle leggende giapponesi, che si prestano sempre bene allo scopo.

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Già solo leggendo queste poche righe appare chiaro come Demon Slayer sia uno shonen da manuale: la trama del manga, scritto e disegnato dalla giovanissima mangaka Koyoharu Gotoge, fa proprio ciascuno di questi elementi, incastrandoli molto bene tra loro. Sebbene non si tratti di un prodotto proprio originalissimo a livello di tematiche e situazioni, di certo non risulta banale in quanto a intreccio, che riesce a catturare e a intrigare già dalle prime battute.

Demon Slayer: il passaggio da anime a manga

Anche il più avvincente dei manga, tuttavia, viene svilito da una trasposizione anime che non ne è all’altezza. Tra episodi filler, disegni scadenti e colonna sonora arrangiata, sono molti i prodotti che cadono vittima del passaggio dal cartaceo all’animato; in ogni caso, come accennato, Demon Slayer non è assolutamente tra questi, anzi.

Affidata al fortunatissimo studio Ufotable, che nel proprio portfolio annovera lavori come la serie di Fate/Stay Night, e in particolare quel capolavoro visivo che è Unlimited Blade Works, la versione anime di Demon Slayer risulta fluida e ben disegnata, con colori vivaci, fondali e paesaggi dettagliati: niente, lo si nota subito, è lasciato al caso.

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Particolare attenzione è messa nelle scene di battaglia, tutte, per quanto assurda possa sembrare una simile frase, molto credibili: ogni elemento derivante dalle tecniche di combattimento apprese da Tanjiro emerge senza mai appesantire lo scontro. E tutte rigorosamente accompagnate da musiche più che adatte al momento epico, ma va detto che la colonna sonora è un valore aggiunto dell’anime in generale: il sound, talvolta un po’ rétro, riesce perfettamente a trasmettere l’essenza dell’anime e ad avvolgere ancora di più lo spettatore durante la visione.

Ultimo, ma non per importanza, punto a favore di questa trasposizione è l’assenza di filler, ossia episodi privi di scopo per la trama orizzontale, solitamente realizzati per assecondare le tempistiche televisive che, spesso, richiedono di avanzare più velocemente rispetto alla pubblicazione del manga. Niente di tutto ciò in Demon Slayer, che segue fedelmente il suo tracciato cartaceo.

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Se quindi sulla qualità del manga non ci sono dubbi, né quindi su quella della trama dell’anime, la versione televisiva di Demon Slayer è davvero ben fatta, capace di rendere giustizia a una storia avvincente, uno shonen a regola d’arte che farà parlare di sé ancora per un bel po’.