Dance Brothers: recensione della serie TV Netflix

Dal 10 maggio su Netflix è disponibile Dance Brothers, dance-drama in dieci episodi e venti minuti che racconta la storia di due fratelli e il loro percorso per affermarsi come ballerini professionisti.

Serie con episodi da venti minuti non se ne fanno più. Anzi, la tendenza attuale sta diventando quella di allungare il minutaggio classico delle puntate rendendole quasi un film mancato, oppure un mediometraggio che molto spesso supera il suo tempo standard di trenta, quadrata minuti per sfiorare l’ora o poco più. Dance Brothers, la nuova serie finlandese creata da Mahsa Malka e disponibile su Netflix dal 10 maggio, opta invece per una ristrettezza da comedy: dieci episodi che vanno da un minimo di 19 a un massimo di 25 minuti (compresi i titoli di coda) per raccontare in brevi flash la scalata verso il successo di due fratelli ballerini in cerca di fortuna.

Poco tempo, poche idee

Roni e Sakari, così si chiamano i brothers interpretati da Roderick Kabanga e Samuel Kujala, tornano a Helsinki da Londra con il sogno in tasca di sfondare nella danza e dar vita ad una propria compagnia con l’obiettivo di distinguersi delle proposte un po’ retrò della danza più accademica che ormai staziona nei teatri del paese. Rifiutati alle audizioni e figli di una madre che si guadagna da vivere in una lavanderia, i due hanno più ambizioni che concrete possibilità, ma qualcosa per loro sta per cambiare.

La proprietaria di un magazzino malmesso gli lancia un’offerta imperdibile: affittare il locale e avviare un’attività propria (un club notturno) in modo da assicurare ad entrambi un reddito, un tetto sulla testa e uno spazio tutto loro per provare e perfezionare no stop la coreografia da presentare al più importante Festival Internazionale di Danza della Finlandia, quello che darà loro l’occasione della vita. Quei mesi di lavoro, prove e delusioni metterà in discussione il sodalizio di sangue e professione che sino a quel momento sembrava solido e resistente nel tempo. Può, un’interdipendenza come quella tra fratelli, durare in un ambiente cinico, spietato, assetato di danaro e poco di arte? Oppure i due entreranno inevitabilmente in collisione?

Dance Brothers: il dance-drama formato mini diretto da Taito Kawata delude

dance brothers

Il loro stile di ballo è un mix fra street-dance e danza contemporanea, una comunione fra diverse tecniche che sembra replicare la coesione armonica, funzionale e funzionante, delle due personalità dei fratelli (acqua e fuoco s’intitolerà una battle che li vedrà protagonisti), personalità tuttavia che la serie ha difficoltà a delinearci, lasciando la conoscenza profonda dei caratteri e dei temperamenti di Roni e Sakari troppo in disparte per rendere partecipe chi guarda alle loro traversie lungo il corso delle 10 puntate.

Errore fatale, perché Dance Brothers non ha la forza, specificatamente narrativa, di legare storia, contenuti (sogno vs. realtà) ed espressione meramente estetico-visuale della danza sullo schermo, limitandosi a mettere in scena alcuni cliché superati del maestro estroso, della critica spietata, e del rapper della scena hip-hop musicale sessista e volgarotto, sprecando tempo (il pochissimo che ha) fra liaison sentimentali, battibecchi e competizioni amorose.

Danza e schermo: connubio perfetto ma dai risultati altalenanti

dance brothers

Echeggiando un film sperimentale ma ipnotico come il polacco All These Sleepless Nights (2016), dove i festival musicali, i rave e la danza moderna si fondevano in un unicum e perdevano spazi non propri, come le strade, le case e le spiagge in una sorta di discoteca perenne, nella serie Netflix il gesto liberatorio della danza come espressione della vita attraverso il corpo viene relegato a una scena finale in cui effettivamente ci e si ricorda di essere un dance-drama, e di avere dunque il compiuto di valorizzare la danza e il processo creativo al meglio delle proprie possibilità.

È così difficile, d’altronde, stanare serie tv sul tema valide, che siano riuscite veramente a raccontarci qualcosa di più, di rivelarci aspetti inediti, meno stereotipati della danza teatrale, e nello stesso di aver saputo inquadrare le sequenze coreografiche con appeal, coinvolgimento e meraviglia. Se ne producono molte (Netflix, ad esempio, ha recentemente dalla sua Tiny Pretty Things e la colombiana più divertente Ritmo Selvaggio), ci riescono in pochissime, e questo approccio indeciso e traballante dalla Finlandia è un provino dai risultati deludenti. Peccato.

Regia - 3
Sceneggiatura - 2.5
Fotografia - 2.5
Recitazione - 2.5
Sonoro - 2.5
Emozione - 2

2.5

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