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Come confermato dal calendario delle uscite degli ultimi mesi, Netflix ha definitivamente imboccato l’apparentemente impervio sentiero dei prodotti originali fantasy, incitata in parte dall’ambizione di riuscire ad occupare il posto ancora lasciato libero da Il trono di spade e in parte dal successo di The Witcher.

In un percorso finora scandito da alti (pochissimi) e bassi (molti) si inserisce Cursed, la nuova serie basata su un retelling d’eccezione del ciclo arturiano, tratto dall’omonimo romanzo YA frutto della collaborazione tra la penna di Thomas Wheeler (candidato all’Oscar per Il gatto con gli stivali) e la matita di sua maestà Frank Miller, entrambi produttori anche dello show.

La prima stagione, presentata come un must see dell’estate, arriva il 17 luglio sulla piattaforma del colosso dello streaming e ha il volto di Katherine Langford (sotto le luci della ribalta grazie a 13 e partecipante latitante ad Avengers: Endgame fino alla sua recente apparizione nella scena tagliata con papà Tony). Accanto a lei troviamo i due nomi importanti di Gustaf Skarsgård, il Floki di Vikings e membro onorario della famiglia svedese più famosa del cinema, e dello scozzese Peter Mullan, volto di Westworld, insieme ad un cast composto da un mix tra volti nuovi e semi, tra i quali Devon Terrell, Shalom Brune-Franklin, Daniel Sharman e Sebastian Armesto.

Cursed: e se stavolta la Spada scegliesse una regina?

Katherine Langford cinematographe.it

Fin dall’infanzia Nimue (Langford) è stata segnata dal suo legame profondo con la magia oscura e per questo sempre temuta e scansata dai membri del suo clan. Motivo per cui dentro di lei inizia a prendere forma ogni anno più concreta il desiderio di partire e lasciarsi tutto alle spalle.

Il destino è però canonicamente beffardo e il giorno della partenza si tramuta velocemente nel più tragico della vita della ragazza, quando il suo villaggio cade vittima della sanguinosa crociata dei Paladini Rossi, la mano armata della Chiesa cattolica in suolo britannico, guidati dallo spietato padre Carden (Mullen) e dal misterioso quanto letale Monaco Piangente (Sharman).

Tra le macerie della sua casa, Nimue trova un nuovo scopo grazie alla madre Lenore, la quale le affida il compito di consegnare al leggendario Merlino (Skarsgård) un’antica spada, unica speranza rimasta per il suo popolo.

Affiancata da un affascinante mercenario di nome Artù (Terrell), la ragazza inizia un viaggio durante il quale riuscirà a far luce sulle sue misteriose origini e in cui si troverà a dover scegliere se impugnare la spada per dare un futuro alla sua gente o rispettare le volontà materne.

 Cursed: romanzo e serie

Cursed cinematographe.it

Come confermato da Miller stesso, fin dalla stesura del libro di Cursed, (tra l’altro rimbalzato su alcuni siti come “Volume 1”, non affatto un dettaglio), il lavoro dei due autori si è dovuto sdoppiare per assicurarsi di dar vita a due versioni della storia “entrambe sincere”. Ed in effetti questa è una qualità che bisogna riconoscere alla serie, che riesce a restituire lo spirito della versione pop del ciclo arturiano imbastita nel romanzo, anche facilitata da un linguaggio televisivo già riscontrabile nella versione in carta stampata.

Cursed è un racconto di formazione, da subito piuttosto svincolato dal materiale da cui prende spunto e quindi permissivo di una concezione di adattamento ulteriormente libera, per di più vantando delle caratteristiche di particolare attrattiva per Netflix nello specifico. A partire dalla protagonista, eroina forte, emancipata e oggetto di amore e ammirazione in un modo popolato da uomini; per proseguire con un mix di tematiche tra classiche e attuali, come il terrore religioso, la persecuzione razziale e la corruzione del potere.

I problemi, in entrambe le versioni, nascono nell’approfondimento dei suddetti temi e nella psicologia dei personaggi, tutti molto poco approfonditi e tutti molto stereotipati. Facendo il giro dai villain di rosso vestiti fino a tornare alla strega sangue di lupo che brandisce la Spada del Potere, a tratti scambiabile con l’Anello, che è sempre del potere, ma che ha e appartiene ad un ciclo di tutt’altra credibilità. Non aiuta poi il “filtro Netflix”, che esagera sempre nel politically correct, sfociando spesso nella stucchevolezza, invece di concentrarsi su accortezze narrative in grado di fare tutta la differenza del mondo tra un racconto ben costruito e animato da personaggi coinvolgenti o, addirittura, tridimensionali.

Nata nell’alba per morire nel crepuscolo

Gustaf Skarsgård cinematographe.it

Il popolo magico dei Fey è uno dei punti forti del mondo di Cursed. In sé racchiude quasi tutto l’impianto dell’immaginario della storia, il suo destino ne guida la linea narrativa principale e il suo mantra “nati nell’alba per morire nel crepuscolo” è addirittura premonitore della triste parabola riservatagli.

Durante i primi minuti nel mondo di Wheeler e Miller si è immediatamente immersi in una dimensione in cui il comparto fantasy, facente le veci in questo caso dell’ingrediente più consistente e di fondamentale peso nel bilancio dell’attrattiva narrativa generale, pare ricoprire un ruolo alla luce del sole, salvo poi venire oscurato prima verso la chiusura del pilot e poi similmente, verso quella del finale di stagione. Ad esso viene preferita la concentrazione verso la realizzazione di un format accattivante che però non convince quasi in nulla a causa, prima di tutto, della ben poco chiara direzione da intraprendere.

Quello che mortifica l’approfondimento di questa parte è la stessa tendenza che pecca nell’immediata comprensione di elementi fondamentali, anche relativi alla protagonista stessa, le cui spiegazioni rimangono solo intuibili. Così come rimangono solo intuibili le motivazioni che spingono a muoversi in una certa direzione un Artù che incontra la versione da strada di Ritchie, ma non non ne eredita neanche un briciolo dello scapestrato carisma, e con lui quelle di quasi tutti altri personaggi. Merlino solo in qualche caso regala dei sussulti, ma in definitiva, nonostante la simpatica prova di Skarsgård, rimane anch’egli vittima di approssimazione. Non se la cava meglio, tutt’altro, Katherine Langford, che continua ad arrivare ad una parvenza di sufficienza solo facendo gli occhi dolci, non parliamo di impugnare una spada.

Cursed: pasticcio di fantasy alla Netflix

Cursed cinematographe.it

Nell’immaginare il linguaggio televisivo di Cursed si è probabilmente caduti nella sempre pericolosa tentazione di voler fare troppo e troppo insieme.

Il progetto è ambizioso, i nomi dietro di esso lo consentono e in parte lo giustificano, e il budget è all’altezza, così come il comparto scenografico, ma la resa visiva, in quasi tutti i suoi componenti, soprattutto se presi nella loro funzione corale, non aiuta mai a rendere coerente la struttura e la composizione della serie. Al punto che si decide senza troppi scrupoli di trasformarla anche in videoclip musicale quando irrompe il brano “I can be your King” della stessa Langford (anche cantante). Il paradosso è che a rendere organico lo show (per quello che riesce) è comunque la parte ampiamente sacrificata di scrittura; in qualche caso, per carità, affiancata anche da delle scelte in messa in scena non da buttare del tutto.

Nel suo complesso Cursed finisce con il dare l’idea di un fluorescente e scombiccherato immaginario, pieno di debacle imbarazzanti, come nell’uso della CGI, o forzate, come nella rappresentazione pulp di sangue e violenza, entrambe incoerenti e mal digeribili, con la sola funzione di rendere ancora più approssimativo il taglio generale. La “fantasia” con cui è stato assemblato ci permette di trovare piani sequenza estemporanei, ripetuti (tanto ripetuti) compulsivi flashback e transizioni animate, forse richiami alla natura illustrata del romanzo, che passano dal non tenere conto neanche dei ritmi seriali a vedersi incaricati addirittura di funzioni narrative. A finire la composizione ci sono delle assolutamente credibili scene di azione di massa, dei richiami a vecchi adattamenti di opere di Miller, come la ripresa del design degli Immortali per le Guardie della Trinità, e, infine, degli ottimi lavori di trucco e di costruzioni artigianali.

Un coloratissimo e confuso mucchio selvaggio, in grado di intrattenere e di trovare una sua dimensione solo quando ci si scende a compromessi, ma che perde ogni tipo di credibilità quando si alza l’asticella, rivelando la propria cattiva costruzione.

PANORAMICA RECENSIONE
Regia
Sceneggiatura
Recitazione
Fotografia
Sonoro
Emozione