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È vero, se c’è una cosa che non manca sul piccolo schermo sono i polizieschi. Ce ne sono di ogni tipo, di ogni genere, per tutti i gusti. Ci sono quelli più incentrati sul lato scientifico del crimine, quelli che raccontano l’iter della giustizia, quelli che ci portano nei meandri della mente dei serial killer. Quello che mancava, però, era CollateralCarey Mulligan nei panni di Kip Glaspie, una detective che si fa spazio in un crescendo di intrighi nella Londra post Brexit.

Un fattorino di una pizzeria del sud di Londra viene ucciso da un colpo di pistola sparato da un individuo sconosciuto. Sembra tutto casuale, ma Collateral ci mostra come, inevitabilmente, tutto sia sempre collegato e, come se gli eventi fossero allineati su un piano inclinato, ogni cosa sia collaterale all’altra. Ciò che segue sono 4 ore di coincidenze, compromessi e complicità che si dipanano verso l’esterno, fino a occupare nevralgicamente le istituzioni britanniche, il governo, i media, l’esercito, la Chiesa d’Inghilterra e persino le conseguenze del conflitto guidato dagli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan.

Collateral Carey Mulligan Cinematographe

Cosa, di ciò che accade in Collateral, è davvero legato all’omicidio iniziale?

Scritta dall’acclamato drammaturgo David Hare, la sfida che Collateral lancia alla sua protagonista –  una Mulligan che non smette di ricordarci quanto sia una delle attrici più sottovalutate di sempre – e al pubblico è capire quali dei dettagli, degli infiniti dettagli che ci vengono esposti davanti agli occhi siano direttamente collegati con l’omicidio e quali sono semplici danni collaterali di una tragedia personale o di un sistema sociale che fallisce nel sostenere chi ha bisogno di aiuto nell’Inghilterra del 2018.

Se Collateral sia un ritratto accurato di ciò che accade nel tragico presente o se voglia mostrare quali possano essere le conseguenze di un certo comportamento sociale, sta forse negli occhi di guarda, ma poco importa quando l’esecuzione è poi così ben riuscita. La sua protagonista brilla di luce propria nei panni di Kip, una detective incinta, ex campionessa di salto con l’asta che ha abbandonato lo sport in seguito a un brutto incidente. Due dettagli che, come ogni altra cosa nello show, sono più importanti di quello che sembrano.

Collateral e Carey Mulligan meritano un seguito

Non ci sono ragioni per cui questa prima stagione di Collateral rimanga un evento esclusivo, l’unica occasione in cui riusciremo ad assistere alle investigazioni di Kip e forse in futuro potremo scoprire più informazioni su di lei e più dettagli su ciò che già sappiamo come, per esempio, il rapporto con il partner Nathan Bilk (un ottimo Nathaniel Martello-White). Nel cast di questa prima stagione (presumiamo, ormai, che ne seguiranno altre) ci sono anche John Simm nei panni di David Mars, un politico membro del partito di opposizione con particolare interesse nelle questioni d’immigrazione, la cui difficoltosa ex moglie (Billy Piper) ha ordinato la pizza che ha causato la morte del fattorino, il mediorientale
Abdullah.

Collateral Cinematographe

Nicola Walker è il reverendo Jane Oliver, una sacerdote che ha un passato alle spalle che coinvolge David Mars e che ha una relazione omosessuale con Linh (Kae Alexander), l’unica testimone dell’omicidio, anch’essa immigrata più o meno legalmente. È davvero tutta una coincidenza?

Fortunatamente non ci mettiamo troppo tempo a scoprirlo. Collateral non approfitta della nostra ospitalità e del tempo che gli dedichiamo e non lascia quasi nulla senza soluzione, che è una boccata di aria fresca nel panorama televisivo. Il personaggio di Carey Mulligan è il motore dello show e non si ferma mai. Mai. Nemmeno per mangiare o dormire. Non ci vuole far perdere tempo: dobbiamo scoprire la verità. E noi le siamo immensamente grati.