Clickbait: recensione della serie thriller Netflix

Il lato oscuro dei social media e l’uso distorto del clickbaiting sono la materia prima di una miniserie crime-thriller che non risparmia clamorosi colpi di scena. Dal 25 agosto su Netflix.

Letteralmente “Clickbait” significa “esche da click” e in principio rimandava alla possibilità di inserire in una determinata pagina web un hyperlink che spingesse l’utente a entrare. Si tratta di una tecnica che il più delle volte sfrutta e fa leva su notizie sensazionalistiche o sulle emozioni e gli stati d’animo del lettore per raggiungere il suo scopo, ossia rendere appetibili i contenuti, di qualsiasi tipo essi siano, e rubare click ai competitor. E fin qui tutto nella norma, o quasi, con i giornali, i siti d’informazione, di commerce e di marketing, che oggigiorno ne fanno ampiamente e “regolarmente” uso per attirare fruitori e accumulare introiti. Ma i rischi nella Rete si sa sono innumerevoli e sempre dietro l’angolo, pronti a mostrarci il rovescio della medaglia. La Storia ci ha insegnato a nostre spese che non sono le cose a generare problemi o pericoli, bensì l’utilizzo improprio e distorto che se ne fa. Con l’avvento dei social network e delle app, ma anche in un certo tipo di giornalismo selvaggio privo di etica, votato alla spettacolarizzazione e alle fake news, il clickbaiting ha messo in vetrina i suoi lati peggiori, quelli che la serie targata Netflix creata da Tony Ayres e Christian White ha voluto rappresentare. Nel caso di Clickbait, disponibile sulla piattaforma a stelle e strisce a partire dal 25 agosto, la pratica in questione assume fattezze malate e deleterie, tanto da trasformare un video virale in una condanna a morte per un uomo, qualcosa in grado di mandare in frantumi la sua vita e quella dei suoi cari.

Clickbait: l’architettura narrativa si regge e si sviluppa attraverso un passaggio di testimone da un personaggio all’altro

Lo sfortunato risponde al nome Nick Brewer (Adrian Grenier), uno stimato fisioterapista sportivo di Oakland, nonché padre, marito, fratello, amico devoto e affettuoso, che un giorno sparisce nel nulla, per poi riapparire poco dopo in un filmato diffuso su Internet che lo mostra ferito e con in mano dei cartelli sui quali c’è scritto: “Io abuso le donne. A 5 milioni di visualizzazioni morirò”. Minaccia o confessione? O entrambe? L’ingrato compito di dare delle risposte a se stesse, a chi le circonda e di riflesso agli spettatori ricade sulle spalle della sorella Pia (Zoe Kazan) e della moglie Sophie (Betty Gabriel). Ed è sempre a loro che i creatori e i registi (Brad Anderson, Emma Freeman, Ben Young e Cherie Nowlan) di questa imperdibile miniserie australiana affidano due dei complessivi otto episodi (da 50 minuti circa cadauno) che la compongono. L’architettura narrativa infatti si regge e si sviluppa attraverso un passaggio di testimone da un personaggio all’altro, quasi fosse una staffetta in una gara di atletica. Altre sei figure chiave direttamente o indirettamente coinvolte nel caso, compresi un reporter e un detective, raccolgono a turno il testimone e mediante il rispettivo punto di vista si va a comporre un mosaico che assomiglia sempre più a una ragnatela nella quale Nick per primo rimane fatalmente impigliato. Ciascun episodio viene dunque raccontato attraverso la prospettiva di un singolo e non con una rotazione che rilegge ciclicamente in modalità déjà vu gli stessi eventi come in Elephant, mostrandoli con occhi diversi.   

Clickbait gioca al gatto con il topo sia con i personaggi che con il pubblico

Clickbait cinematographe.it

Le timeline dei capitoli vanno a formare il tracciato a ostacoli lungo il quale si articola e si consuma un’intricata vicenda dalle tinte crime e mistery, sulla quale si abbatte una pioggia di continui colpi di scena e ribaltamenti di fronte. Mitomani, heaters, predatori e potenziali sospetti rendono la pista ancora più scivolosa, con il conseguente livello di coinvolgimento dello spettatore che cresce alla pari della tensione sino allo showdown, che va in scena nell’ultimo episodio, consegnando una verità altra non facilmente prevedibile. Tale modus operandi, che non è di certo una novità per quanto concerne le metodologie di scrittura seriale e non solo, risulta però assolutamente funzionale ed efficace ai fini del raggiungimento degli obiettivi prefissati. Clickbait gioca al gatto con il topo sia con i personaggi che con il pubblico, cambiando le posizioni dominanti e i ruoli delle pedine sulla scacchiera, trasformando le vittime in carnefici e viceversa. Ciò determina un cambio repentino di opinione sul soggetto chiamato in causa, che passa in un battito di ciglia dall’essere sostenuto all’essere osteggiato. Lo stesso Nick, così come sua moglie o sua sorella, vengono messi sotto la lente di un giudizio impietoso da parte degli inquirenti e dell’opinione pubblica. Insomma, nessuno e come si suol dire uno “stinco di Santo” e gli scheletri nascosti nella Rete non fanno altro che confermarlo.

La perfetta gestione dei turning point, dei cliffhangher e dei flashback è tra i punti di forza di Clickbait

Clickbait cinematographe.it

La scomposizione e la moltiplicazione dei punti di vista permette alla narrazione di articolarsi e stratificarsi sul fronte mistery e contemporaneamente consente allo spettatore di approfondire i profili caratteriali dei personaggi e i rispettivi background, rendendoli tridimensionali. Il ché è un lusso e una possibilità sulla quale non tutte le serie possono contare e che mette nelle condizioni gli interpreti di offrire delle performance di altissimo livello (su tutte quelle della Kazan e della Gabriel). In Clickbait è un elemento fondante e una chiave di volta, insieme alla perfetta gestione dei turning point, dei cliffhangher (potentissimo quello che chiude il pilot firmato da Anderson), oltre che di flashback mai didascalici che spezzano continuamente la linearità della narrazione.

Nella trama gialla si innestano accurate e non banali riflessioni sulle pressioni mediatiche e sul lato oscuro dei social media

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La visione di questa miniserie australiana è fortemente consigliabile data la qualità della scrittura, della messa in quadro, della recitazione e della capacità degli autori di “adescare” gli amanti del thriller con poche ma precise mosse. Nella trama gialla si innestano accurate e non banali riflessioni sulle pressioni mediatiche, ma soprattutto sul lato oscuro dei social media nella contemporaneità e  sui pericoli legati all’uso e all’abuso delle piattaforme online (tornano alla mente i furti d’identità e le violazioni raccontate in Catfish), svelando una frattura sempre più grande tra le nostre identità virtuali e reali.

 

Regia - 4
Sceneggiatura - 4
Fotografia - 3.5
Recitazione - 4
Sonoro - 3.5
Emozione - 4

3.8

Tags: Netflix