#blackAF: recensione della serie TV comedy di Kenya Barris

Dopo Black-ish e i suoi spinoff, #blackAF torna a parlare di vita, famiglia e società afroamericana

La rappresentazione della società afroamericana è una questione complessa e non sempre facile da inserire con naturalezza nei media. Alcune serie tv ne hanno dato una rappresentazione matura, altre hanno ottenuto risultati meno felici, ma poche hanno saputo raggiungere il delicato obiettivo di una narrazione originale.
#blackAF riesce in parte a raccontare, con uno stile innovativo e frizzante, le vicende di una famiglia afroamericana benestante, ispirandosi alla vita dello sceneggiatore Kenya Barris (
Black-ish, Grown-ish, Mixed-ish).
Gli esiti non sono sempre perfetti, soprattutto sul fronte umoristico, ma il contenuto autoreferenziale e il montaggio originale ne fanno un prodotto interessante e diverso dal solito.

La famiglia imperfetta di #blackAF, tra temi sociali e gag non sempre divertenti

Nessuna famiglia è perfetta, ma le famiglie degne di questo nome ci provano, superando le difficoltà, le differenze e i litigi. #blackAF sembra volerlo sottolineare più volte, presentandoci un nucleo numeroso e caotico, gestito con non poche difficoltà dallo sceneggiatore Kenya Barris, qui presentato come interprete di una versione leggermente alternativa di se stesso. Con il pretesto di un documentario per un progetto scolastico, la figlia del protagonista, Drea (Iman Benson), riprende la vita quotidiana della famiglia, svelando stranezze, preoccupazioni, contrasti ed eccessi. 

#blackAF è un mockumentary in single-camera che sembra ironizzare sul concetto stesso di famiglia, ma che riesce in realtà ad affrontare tematiche diverse nello spazio ristretto di otto puntate, seppur con risultati altalenanti.
All’interno della rappresentazione dell’eccentrico contesto familiare dei Barris, questa sit-com tocca istanti di interessante maturità, estendendo il discorso ad approfondimenti sulla situazione passata e attuale della comunità di colore negli Stati Uniti.
Tutto questo viene fatto però con ironia, rifiutando i moralismi e scegliendo piuttosto un percorso più leggero e in linea con il genere d’appartenenza.
Kenya Barris, in un tentativo auto-ironico, decide di portare parte della propria biografia sullo schermo, raccontando la storia di uno sceneggiatore e produttore televisivo che ha fatto successo grazie alla propria carriera. #blackAF mostra cosa significhi essere un uomo di colore ricco in una società che giudica con troppa facilità e nella quale ci si sente sempre in dovere di giustificarsi per ogni scelta di vita.

Continuando a portare avanti una narrazione il più possibile onesta e tutt’altro che idealizzata, come Barris stesso ha affermato di voler fare, #blackAF mostra anche un protagonista che sembra riempire i propri vuoti esistenziali con l’opulenza. Cresciuto in povertà, egli fa uso del proprio successo e dei guadagni da esso derivati per circondarsi di beni materiali e per viziare i figli, ammettendo di fronte alle telecamere di non riuscire mai a fare il giusto passo per connettersi davvero con loro. 

#blackAF - Cinematographe.it

La famiglia Barris in #blackAF

Questa ricchezza ostentata da Barris, dalla moglie Joya – validamente interpretata da Rashida Jones – e dai numerosi figli, risulta talvolta eccessiva ai fini narrativi e stilistici e sembra abbassare il livello di autenticità di alcune situazioni.
La componente umoristica, fondamentale per qualunque comedy ben realizzata, ne risulta sacrificata: alcune battute strappano un sorriso sincero, soprattutto se provengono dalle confessioni senza filtri fatte dai personaggi in alcuni momenti del documentario, ma altre volte si percepisce la mancanza di una scrittura davvero divertente e fresca e di momenti in cui lo spettatore instaura un legame con uno qualunque dei personaggi. In questo senso la ricchezza della famiglia Barris non agevola l’identiticazione. 

A risultare carente è inoltre il lato emotivo della serie. Il documentario di Drea non solo sottolinea l’imperfezione della famiglia protagonista, ma anche il legame che, nonostante tutto, avvicina i membri. Senza i litigi, i contrasti e le assurdità, la famiglia Barris non sarebbe se stessa e la cosa importante non è evitare il conflitto, ma superarlo, dando prova di volerci mettere impegno ogni giorno. Questa massima, senza dubbio lodevole, avrebbe dovuto essere appoggiata da una maggiore intimità tra i componenti di questo bizzarro gruppo, qualche istante in più di tenerezza, di solidarietà e di comprensione.

#blackAF: una comedy dallo stile frizzante

Oltre alla scelta di narrare una vicenda quasi autobiografica, una delle più evidenti particolarità di #blackAF riguardano senza dubbio lo stile, fresco e dinamico. Il sottogenere stesso del mockumentary viene utilizzato per offrire un sentore di realismo e una grande varietà di punti di vista, con un ritmo rapido e coinvolgente. In questo caso è particolarmente azzeccato per svelare le opinioni, spesso contrastanti, dei membri della famiglia protagonista. 

#blackAF - Cinematographe.it

Iman Benson in #blackAF

Anche il montaggio mantiene uno stile caratteristico: il documentario della giovane Drea non segue solo i genitori e i fratelli, ma ha anche il compito di proporre approfondimenti sulla storia e la cultura degli afroamericani negli Stati Uniti, con riferimenti al drammatico periodo della schiavitù (più volte ripreso ironicamente dai personaggi come una risposta a tutto), alle difficoltà di inserimento sociale, “all’adultificazione” delle donne di colore, fino a specifiche tradizioni, come quella del Juneteenth, la festa della liberazione degli afroamericani dalla schiavitù, proclamata ufficialmente il 19 giugno 1865.

Tutto questo viene offerto allo spettatore con clip storiche interessanti, spiegazioni fatte tramite la voce fuori campo e spezzoni assemblati come in un vero e proprio collage, secondo lo stile caratteristico dei documentari più moderni. A questo si aggiungono flashback, sguardi in camera, interviste e riflessioni personali che spezzano il flusso della puntata in tanti piccoli istanti, fino a formare un album di famiglia decisamente sui generis.

Regia - 3
Sceneggiatura - 2.5
Fotografia - 2.5
Recitazione - 3
Sonoro - 3
Emozione - 2

2.7

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