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Il mondo dell’alta finanza, come non l’avete mai visto: il 10 maggio ha esordito su Sky Atlantic Black Monday, la nuova serie tv prodotta da Showtime incentrata sul disastroso – e tutt’ora inspiegato – crollo di Wall Street del 1987. Non è la prima volta che cinema e serialità puntano il naso sul mondo del trading e della Borsa americana, ma è indubbio che da qualche anno a questa parte l’attenzione sull’intricato sottobosco degli equilibri (o faremmo meglio a dire disequilibri) economici che regolano la nostra società si sia straordinariamente riaccesa.

Il fallimento della Lehman Brothers (15 settembre 2008) ha fatto da detonatore per la creazione di approfondimenti seri, semi-seri e grotteschi che hanno immediatamente trovato un proprio pubblico di riferimento, assetato di sapere e desideroso di addentrarsi – seppur in modo romanzato – in meccanismi destinati a pochi eletti: a comporre il mosaico, fra gli altri, Margin Call (2011), Too Big to Fail (2011), The Wolf of Wall Street (2013) e Billions (arrivata alla quarta stagione). E, ora, Black Monday, che ci trasporta senza troppi preamboli nel pazzo pazzo studio della Jammer Group.

Black Monday: una poltrona per tre

Sebbene il protagonista dichiarato della serie sia Maurice Monroe detto Mo (Don Cheadle, che dopo anni di appannamento sta vivendo una seconda brillante carriera grazie al Marvel Cinematic Universe, in cui veste i panni di War Machine), che a capo della società tira le fila con piglio tanto scaltro e smaliziato quanto sbruffone, a lasciare fin dai primi minuti traccia di sé sono anche la sua segretaria/socia Dawn Darcy (Regina Hall) e l’apparentemente sprovveduto Blair Pfaff (Andrew Rannells), che piomba all’improvviso nell’ingestibile caos di Wall Street grazie alla realizzazione di un algoritmo che sembra promettere miracoli.

Da neofiti, è facile immedesimarsi nei panni di un altro principiante nostro pari: nella polverosa frenesia dei rialzi e delle puntate, degli squali che si mangiano a vicenda e dello slang incomprensibile ma di dominio comune fra i colletti bianchi, Blair si fa immediatamente notare in quanto oggetto totalmente estraneo, incapace di comprendere un gioco più grande di lui ma non per questo persuaso a desistere dalla sua missione. È proprio nella prima puntata (intitolata significativamente 365, a distanza di un anno preciso dal disastro) che il giovane riuscirà a far valere le proprie ragioni, anche se nulla – senza cadere nello spoiler – è davvero come sembra.

Black Monday: le montagne russe (non) sono Wall Street

La scrittura di Black Monday non lascia quasi mai spazio alla riflessione: tutto è imprevedibile, a rotta di collo, fulmineo e feroce. Si vuole, in buona sostanza, ricostruire l’atmosfera di esaltazione (spesso ingiustificata, o amplificata dallo smodato uso di cocaina) e al contempo di precarietà e fragilità dell’epoca, e in questo contribuiscono in modo brillante anche scenografia, costumi e fotografia. Un meccanismo oliato alla perfezione, sfuggente eppure dettagliatissimo, che strizza continuamente l’occhio alla nostalgia e anche un po’ alla curiosità (in fondo, la domanda principale a cui tenta di rispondere la serie è la causa misteriosa che portò al tracollo dei mercati mondiali).

Leggi anche: Black Monday – Showtime rinnova la serie per la stagione 2

Si potrebbe qua e là tacciare il lavoro di Jordan Cahan e David Caspe – e prodotto anche da Seth Rogen – di superficialità, ma è una semplice questione di comprensione del genere e del registro scelto: Black Monday è una dark comedy con la durata di una sit-com (25-30 minuti a episodio), che fa leva sullo scherno e su un incedere perennemente sopra le righe. Forse non ci si addentrerà appieno nelle dinamiche politiche e burocratiche della più importante arteria monetaria di New York, ma questo non significa che certe fondamentali tematiche non vengano affrontate. Anzi, è proprio l’approccio tagliente e surreale a conquistare trasversalmente diverse tipologie di pubblico.

Black Monday: alle soglie della grande depressione

Nel suo esplosivo mix di comicità e tragedia, Black Monday sfiora diverse stuzzicanti sottotrame, senza perdere mai di vista il focus del “denaro che non dorme mai”: si parla di omosessualità e Aids (in un momento storico che sembra lontano anni luce e che invece dista da noi appena 30 anni), di discriminazione sessuale e razziale (vissuta quotidianamente sulla propria pelle dalla segretaria Dawn), di suicidio (la serie inizia proprio con il lancio nel vuoto di qualcuno che si schianta sul tettuccio di una Lamborghini) e di un opportunismo senza quartiere che non guarda in faccia nessuno calpestando qualsiasi ragione etica e morale.

Se il countdown che mette in scena la serie porta al reale – e realmente verificatosi, storicamente attendibile – rischio di una nuova Grande Depressione che riecheggia la crisi del 1929, il fallimento si rivela così anche umano e umanitario, più vicino a noi di quanto possiamo immaginare. Ed è proprio qui che la dramedy di Showtime trova la sua ragion d’essere: nella costruzione di un microcosmo che sembra assurdo e paradossale, e che invece riporta e riflette le storture e le deformazioni che hanno fatto da viatico alla nostra contemporaneità. In modo agrodolce e sarcastico, sia chiaro; ma non per questo meno efficace.