Berlino: recensione della serie spin-off de La Casa di Carta

La recensione di Berlino, la serie prequel spin-off de La Casa di Carta, con protagonista Pedro Alonso.

L’universo de La Casa di Carta torna su Netflix dal 29 dicembre 2023 grazie a Berlino, la serie spin-off incentrata sull’omonimo personaggio interpretato da Pedro Alonso nella serie madre spagnola. Dietro la nuova opera c’è la mente di Alex Pina, la stessa che anni fa ha dato vita ad uno dei fenomeni seriali maggiori degli ultimi tempi, di certo tra i più importanti sbarcati sulla piattaforma streaming che ora spera di replicare almeno una parte degli straordinari numeri registrati grazie al Professore e alla sua banda di ladri. Ci riuscirà? Di certo le carte per farlo, almeno ai nastri di partenza, non mancano, ma è pur vero che da grandi aspettative derivano grandi responsabilità, e l’entusiasmo iniziale che accompagnerà intere sessioni di binge-watching potrebbe lasciare presto spazio ad una scottante delusione.

Pedro Alonso si carica sulle spalle l’intera serie, ma la qualità de La Casa di Carta è solo un lontano ricordo

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Innanzitutto, senza girarci troppo intorno, almeno il 90% dell’investimento relativo a Berlino è stato fatto su Pedro Alonso. L’attore spagnolo 52enne è stato uno degli interpreti più carismatici de La Casa di Carta, uscito di scena troppo presto rispetto a quanto avrebbero voluto i fan della serie. Non a caso si è scelto di farlo tornare anche nelle stagioni successive dello show sotto forma di flashback, pur di tenere ancora una volta incollati gli spettatori allo schermo, ammaliati dall’innegabile fascino di Alonso. In Berlino lo ritroviamo come assoluto protagonista, in tutto il suo splendore, ma forse sono stati fatti i conti senza l’oste e ci si era ingenuamente (o presuntuosamente?) convinti che bastasse lui per tirare avanti la baracca. Alonso, a dirla tutta, fa ciò che può e riesce quantomeno a rendere Berlino una serie godibile, se non si parte con la pretesa di assistere ad una Casa de Papel 2.0.

Questo perché, fondamentalmente, non basta replicare per filo e per segno i sali e scendi, improbabili colpi di scena compresi, che hanno caratterizzato la fortunata serie spagnola, visto che, appunto, è qualcosa di già visto, per cui risulta davvero difficile lasciarsi sorprendere da ciò che avviene sullo schermo. E poi perché, fondamentalmente, ne La Casa di Carta il punto di forza era l’insieme, e non il singolo. Il Professore interpretato Alvaro Morte aveva il suo fascino, addirittura inferiore o al massimo alla pari di quello di Berlino, ma poteva contare sulla forza dell’ensemble: Nairobi (Alba Flores), Tokyo (Ursula Corbero), Denver (Jaime Lorente) e lo stesso Berlino non erano semplici spalle ma veri e propri protagonisti assoluti della serie, in grado di alzare il livello di ogni scena/episodio e tenere costantemente vivo l’interesse del pubblico. Cosa che, ahinoi, non avviene durante la visione di Berlino, per quanto si possano impegnare Michelle Jenner, Julio Pena Fernandez, Begona Vargas e Joel Sanchez, chiamati ad interpretare (bene) personaggi un po’ troppo banali, che spesso rischiano di sembrare brutte caricature di personaggi già visti ne La Casa di Carta. Ad uscirne non proprio benissimo sono soprattutto le donne della banda, ossia Keila e Cameron, descritte come se fossero perennemente in preda agli sbalzi ormonali. Discorso diverso per Tristan Ulloa, la cui esperienza e maturità permette al suo personaggio di presentarsi con maggiore spessore agli spettatori.

Berlino: più alte sono le aspettative, maggiore è il rischio di rimanere delusi

Berlino si sviluppa comunque in maniera sinusoidale: l’entusiasmo dei fan non viene tradito nei primi due episodi, quando cioè viene illustrato il piano che farà da base all’intera serie, viene presentata la banda e ritroviamo l’affascinante psiche del protagonista interpretato da Pedro Alonso. Ci ricordiamo, e ci viene ribadito sin da subito, che Berlino vive di passioni estreme e non conosce mezze misure: lui stesso spiega come spesso l’essere umano si divida (e debba scegliere) tra amore e denaro, le due cose per cui da sempre si è disposti anche a morire o mandare all’aria la propria esistenza. E se una banda di ladri viene messa insieme per sottrarre quanto più denaro possibile ai potenti di turno, come una sorta di Robin Hood moderni, ciò che rischia costantemente di rovinare tutto è proprio l’amore: quello più viscerale che lega Berlino e Camille, ma anche quello più “soft” (e più sano) che intercorre tra Cameron e Roi e tra Keila e Bruce. Niente di nuovo, visto che anche ne La Casa di Carta un piano studiato da anni nei minimi dettagli rischiava costantemente di sbriciolarsi proprio sotto la forza del vento delle passioni. Però anche qui torna quanto detto prima, e cioè che tali relazioni amorose non sono così coinvolgenti come magari potevano risultare quelle di Tokyo, Rio e compagnia bella. Non a caso, gli episodi centrali di Berlino risultano decisamente più lenti e prevedibili, e solo nell’ultima parte la serie riesce a risollevare l’interesse di chi guarda: sia perché, giunti a quel punto, si vuole capire come si risolve una storia che sembra sempre doversi concludere nel peggiore dei modi e che poi, puntualmente, si risolve nei modi più improbabili, sia perché tornano in scena due assi de La Casa di Carta, ossia Raquel (Itziar Ituno) e soprattutto Alicia Sierra (Najwa Nimri), che in quanto a capacità di bucare le schermo non ha niente da invidiare a nessuno. Queste ultime due veterane è come se venissero un po’ in soccorso dei “novellini” della serie, per mostrargli come si costruisce una serie di successo ed anche per far provare ai fan un profondo senso di nostalgia per ciò che è stato e che, purtroppo, non è riuscito ad essere di nuovo.

Berlino: valutazione e conclusione

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In conclusione, Berlino si inserisce tra le tante serie Netflix che inizi con curiosità ed entusiasmo, finisci per inerzia e dimentichi fin troppo facilmente. Niente da dire alla colonna sonora (tra cui spicca, dopo il Ti Amo di Umberto Tozzi, un altro omaggio alla musica italiana) e alle location di indubbio fascino, ma tirate le somme possiamo dire che lo show di Alex Pina rappresenta un’occasione persa e che La Casa di Carta equivale ad un unicum troppo difficile (se non impossibile) da replicare. Peccato.

Regia - 3
Sceneggiatura - 1.5
Fotografia - 3
Recitazione - 2.5
Sonoro - 3
Emozione - 1

2.3

Tags: Netflix