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The Last Dance supera metà corsa. Sono arrivate su Netflix le puntate 5 e 6 dell’epico racconto della corsa dei Chicago Bulls di Michael Jordan e compagni al sesto titolo NBA in otto anni.

L’occasione per rendere omaggio a Kobe Bryant, il grande campione dei Los Angeles Lakers che raccolse il testimone di Jordan quando questi, nel gennaio del 1999, annunciò il suo ritiro. Non a caso, Bryant fu poi allenato dallo stesso Phil Jackson che costruì i successi di MJ, vincendo insieme cinque titoli NBA.

Nel 1998, a soli 19 anni, Kobe Bryant giocò il suo primo All Star Game, durante il quale marcò Michael Jordan. Ricevette una bella lezione di sport e di vita, che lui stesso, nell’intervista rilasciata per The Last Dance, ha considerato fondamentale per la sua carriera. Rivedere Bryant, appena tre mesi dopo l’incidente aereo in cui ha perso la vita con la figlia, è una delle emozioni più forti di quanto visto fino adesso di The Last Dance.

Una delle caratteristiche del documentario è il suo continuo andare avanti e indietro nel tempo. Dal 1998 si rimbalza questa volta all’estate del 1992, quando i Bulls vinsero il secondo titolo, in finale contro i Portland Trade Blazers. Ma quella fu soprattutto l’estate delle olimpiadi di Barcellona, del Dream Team e del primo contatto diretto di Jordan e Scottie Pippen con quello che sarebbe poi diventato un loro preziosissimo compagno di squadra, il campione croato Toni Kukoc, all’epoca pilastro della grande Benetton Treviso.

The Last Dance – È difficile essere un Dio

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L’aspetto però più interessante di questi due nuovi episodi, è senza dubbio il delinearsi di un lato più in chiaroscuro della personalità di Michael Jordan, e soprattutto dell’essere MJ. Il gioco d’azzardo, l’ego smisurato, il perenne desiderio di essere il migliore e come tale considerato da tutti.

Il motore di Jordan era prima di tutto la rabbia, il risentimento nei confronti di tutte quelle persone che hanno dubitato di lui, che hanno messo in discussione la sua leadership. Il far rimangiare loro quelle parole è stato uno dei fattori fondamentali della sua crescita come sportivo. Probabilmente molto meno come uomo, oltretutto non privo di difetti.

Michael Jordan è al centro di The Last Dance non solo per santificare la sua figura, ma anche per scalfire almeno un po’ quel piedistallo su cui fu messo. Sebbene Jordan stesso non voglia essere giudicato per le sue azioni, l’impressione è che questa sia l’occasione per lui di poter mettere un punto a tante questioni ancora aperte della sua vita. Tirare una linea e finalmente proseguire.

The Last Dance: Michael Jordan e le complesse sfaccettature di un campione assoluto

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Un simbolo che non sarà mai Mohammed Ali e che ha rischiato di essere molto più vicino a O.J. Simpson. La polemica sulla famosa frase “Anche i repubblicani comprano scarpe da ginnastica”, legata al sua diniego ad appoggiare pubblicamente la candidatura del candidato democratico afroamericano Harvey Gantt per l’elezione al senato nel 1990, lo pose per sempre molti gradini sotto il grande Ali.

Jordan non era un idealista, il suo desiderio di trionfare era dettato dalla rabbia. Quello di Ali dalla consapevolezza di essere il migliore, anche nella sconfitta. Entrambi erano artisti, alla continua ricerca della bellezza, ma paradossalmente era MJ quello che la usava per mettere al tappeto l’avversario. Per Ali era invece un perenne esercizio poetico, una composizione fatta di velocità, grazia, corpo, mente, anima.

La rabbia di Jordan è stata pericolosamente simile a quella di un altro grande campione, che proprio nel periodo in cui il pilastro dei Bulls annunciò il primo ritiro dalle scene, i famosi diciotto mesi tra la fine della stagione 1993 e la stagione 1995/96, divenne protagonista di uno dei processi più controversi della storia americana.

O.J. Simpson fu accusato del duplice omicidio della sua ex moglie e dell’uomo che la accompagnava la tragica sera del 12 giugno 1994. Dopo un dibattimento in aula ricco di colpi di scena, e soprattutto di clamorosi errori da parte dell’accusa, Simpson venne assolto, seppur con moltissime ombre.

The Last Dance e O.J., il simbolo di un’America fintamente progressista

Un campione nero a uso e consumo della borghesia bianca. Lui stesso, negli anni dei successi sul campo da football, e poi dopo il ritiro come figura pubblica, fuggiva dal colore della sua pelle. Mai si fece carico, nonostante le violenze perpetrate nei confronti della comunità afroamericana nella Los Angeles in cui viveva da star, di farsene portavoce. Da testimonial della Hertz quale era, Simpson avrebbe potuto tranquillamente dire “Soprattutto i bianchi noleggiano auto”. Sicuramente lo ha pensato.

MJ non è diventato O.J. per una ragione altrettanto tragica, che lo portò, insieme alla stanchezza di una corsa che durava da vent’anni e alle ormai insopportabili pressioni della stampa, a mollare tutto. Quella è stata la salvezza e la vera ascesa verso l’immortalità di Jordan.

Se ne parlerà, nelle puntate sette e otto di The Last Dance, su Netflix a partire da lunedì 11 maggio.

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