L’avete riconosciuto? È un maestro della settima arte ma la sua torbida vita privata rischia di oscurare la sua rigogliosa carriera

La sua vita è stata continuamente scandita dal dramma e dal torbido.

Nato il 18 agosto 1933 a Parigi, all’età di 8 anni le SS prelevarono e deportarono la madre ad Auschwitz, dove morirà. Lui riuscì a scappare dal ghetto di Varsavia, supportato dal padre che rivedrà solamente parecchi anni più tardi. Nonostante le terribili disavventure subite, Roman Polanski trovò la forza di sopravvivere, ma in età adulta subirà diversi danni all’immagine, per via di alcuni scandali.

Roman Polanski: tra elogi e accuse

roman polanski

Alla scuola di cinema di Lodz entrò nel 1957 e intanto lavorò come attore. Realizzato il primo lungometraggio, intitolato Il coltello nell’acqua (1962), si trasferì in Inghilterra per girare Repulsion: la pellicola ottenne l’Orso d’argento al Festival di Berlino e segnò l’inizio della sua collaborazione con lo sceneggiatore Gérard Brach. Poi fu la volta di Cul-de-sac (1966), insignito dell’Orso d’oro a Berlino.

Riguardo al privato, una volta divorziato da Barbara Lass, Roman Polanski sposò l’attrice Sharon Tate, la protagonista di Per favore… non mordermi sul collo (1967). Il successo proseguì in seguito al trasferimento negli Stati Uniti, dove diresse l’opera che gli diede notorietà, Rosemary’s Baby (1968).

Quindi, il dramma: il 9 agosto 1969, la setta capeggiata da Charles Manson irruppe nella sua villa di Los Angeles, uccidendo barbaramente la moglie, incinta di otto mesi. Per riprendersi dal terribile choc gli servirono due anni.

Nel 1974 conquistò una candidatura all’Oscar per la regia di Chinatown. Nel ’76 rientrò in Europa per questioni giudiziarie, accusato di aver sedotto una modella di appena 13 anni. Roman Polanski continuò la carriera proponendo L’inquilino del terzo piano, Amadeus di Peter Schaffer (messo in scena al teatro), Frantic e Luna di fiele.

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Verso la fine degli anni Novanta Roman Polanski si occupò de La nona porta, mentre con Il pianista (2002), basato sul tema dell’Olocausto, da lui vissuto in prima persona, trionfò agli Oscar. Oltre al riconoscimento per la miglior regia, il film ricevette due ulteriori statuette, alla miglior sceneggiatura non originale (Roman Harwood) e al miglior attore protagonista (Adrien Brody).

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