Supersex e la fragilità del maschio ‘potente’: analisi di una serie (super)femminista

Netflix ha reso disponibile mercoledì 6 marzo Supersex, serie liberamente ispirata alla vita di Rocco Siffredi. Non tanto – o perlomeno non solo – il ritratto del pornodivo abruzzese diventato star mondiale del cinema a luci rosse, quanto soprattutto la rappresentazione corale di un mondo maschile violento perché fragile. Che chiama “gabbia” l’amore perché non sa cos'è. Né come si fa.

Il tempismo di Netflix, che mercoledì 6 marzo 2024, nell’antivigilia del giornata dedicata alla commemorazione internazionale dei diritti delle donne, rilascia Supersex, serie in sette episodi liberamente ispirata alla vita di Rocco Tano, in arte Siffredi, non va frainteso: non si tratta di un ammiccamento alla libertà sessuale – anche se Alessandro Borghi ha più volte dichiarato che Siffredi ha “liberato” il nostro Paese; bonariamente sorvoliamo sulla superficialità dell’affermazione, anche perché è davvero troppo bravo – o dell’invito allo sguinzagliamento di fantasie e perversioni erotiche per aderire festosamente alla celebrazione delle molte conquiste femminili del secolo breve. Si tratta invece di una riflessione più sottile e perfettamente pertinente all’occasione

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Supersex: l’educazione sentimentale di Rocchetto

Procediamo per ordine. Supersex è tante cose insieme: il Bildungroman di Rocchetto, innanzitutto. Il piccolo Rocco Tano cresce a Ortona in una famiglia numerosa della classe operaia. La ruvidezza permea i suoi orizzonti paesani, che rimarranno in fondo periferici anche quando conoscerà il démi-monde di Pigalle e poi i vizi del mondo intero: gli zingari hanno dato una sprangata in testa al fratello Claudio, che è rimasto indelebilmente offeso; i ragazzi più grandi esibiscono un linguaggio rozzo e sboccato e insegnano ai più piccoli, talvolta direttamente, talvolta obliquamente, comportamenti machisti da gradassi e padroncini; il fratello – fratellastro, perché è un “figlio di pu**ana” non solo metaforicamente – Tommaso, il suo dio, amoreggia davanti a lui e al cugino con Lucia, la più bella e sfacciata del rione; nelle camere si dorme tutti insieme e non ci si preoccupa di cercare il bagno o una stanza appartata per masturbarsi. Il piccolo Rocco, che vorrebbe essere solo guardato da sua madre, troppo impegnata nell’accudimento del fratello bisognoso di cure e nella gestione di una famiglia troppo faticosa per il suo corpo consumato, non trova rispondenza al suo desiderio: è invisibile agli occhi di chi dovrebbe amarlo – e, quindi, guardarlo, magari persino vederlo – più di tutti. 

L’industria pornografica offre a Rocchetto, prima ragazzo che a Parigi vede esplodere la forza soverchiante che lo possiede – l’energia animale che sorregge il suo membro vigoroso e versatile, l’infaticabile prestanza del toro da monta – e poi attore dell’hard che deve imparare a dosare la forza, una risposta a quel desiderio originario rimasto insoddisfatto: grazie al porno, Rocco può esibire il suo superpotere, può essere visto dagli altri al massimo della sua potenza virile. Il suo superpotere è appunto il sesso. Ma l’amore, l’amore è un’altra cosa. Siccome non ha appreso la reciprocità dalla sua stanca madre, piegata (d)al dovere, deve capire da solo che cos’è l’amore, e la risposta – no spoiler – non la troverà facilmente. E non la troverà nel porno, che si configura dunque come resto, avanzo e negativo dell’amore: dove c’è la sessualità compulsata a favor di camera, si dilegua l’amore anelato. Questo, capriccioso e sfuggente, non si fa prendere. 

Supersex: Rocco e i suoi fratelli, uniti da una comune (violenta) fragilità

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Supersex è, dunque, in primo luogo, un romanzo di formazione sentimentale. Poi, sì, certamente anche un gangster movie. Tommaso, il fratello grande di Rocco, a cui quest’ultimo resterà legato da un’ammirazione che s’ammacca ma non si estingue, si dimostra ceffo della peggior specie: un pappone, un bandito, un assassino. Ma la relazione con lui e in rapporto a lui – nella ricerca identitaria dell’eroe in costruzione, Rocco guarda al fratello grande, desidera quello che desidera lui, perché crede che quello che desidera lui è il desiderio del vero uomo’ – è il nucleo del racconto scenico: i due si guardano allo specchio e vi ritrovano le corrispondenti, identiche, spaventose fragilità. E qui arriviamo al punto della nostra argomentazione, perché Supersex, lungi dall’essere ritratto agiografico o perturbatore del Siffredi nazionale, è soprattutto una lunga, a tratti dolente, contro-epica del mito dello stallone, è la rappresentazione duale, e stratificatamente anche corale, di un mondo maschile violento. E violento soprattutto perché fragile. Una dimensione, quella del maschile rappresentato, che non si autoassolve, ma, in modo maldestro, cerca quasi una redenzione, consapevole infine, sotto sotto, della “trappola che costringe noi uomini a sentirci liberi e forti mentre siamo solo dei violenti e dei disperati che chiamano amore una gabbia”. 

Nel percorso verso la definizione identitaria e verso la scoperta dell’amore, amore che le identità le fa soprattutto saltare, Rocco incontra molte donne; nell’incontrarle, le manca sempre un po’: dopo aver fatto sesso per la prima volta con la francese Sylvie, Rocco comprende “che cos’è quel potere che sta tra i maschi e le femmine, come un ponte che si alza ma non unisce”; quando si chiude in un’isola con Tina, per provare a concentrare solo su di lei il suo appetito sessuale, scopre “com’è profondo il piacere delle donne, così lontano da dove crediamo che sia”; con Rózsa, colei che diventerà sua moglie, raggiunge la consapevolezza del potere distruttivo dell’amore, “qualcosa che va distrutto se non vuoi che distrugga te”. Il maschio fragile perché non sa che cos’è e dovrebbe essere un maschio agisce due movimenti apparentemente contrari: anticipa e indietreggia. Indietreggia di fronte all’amore, perché ne ha paura; anticipa le sue mosse, distruggendolo per non restarne distrutto.

Supersex: Rocco e le ‘sue’ donne, il cui piacere è sempre al di là, impenetrabile

La solitudine che questa paura scava e il senso d’insufficienza che scaturisce dal non riuscire a espugnare il segreto femminile – è ciò che vorrebbe penetrare Rocco: non una vagina, ma l’asimmetria femminile tra anatomia e piacere – evolvono spesso in villania, spingono verso l’equivoco che prende in parola il fallo, rendono gli uomini schiavi della persuasione che il fallo esista: sia esso una pistola che minaccia o un pene che punta sempre più giù, il più delle volte provocando nelle donne uno spostamento del piacere, la sua fuga, quasi per protesta e per insubordinazione, verso un altrove impenetrabile. Le donne, in Supersex, insegnano sempre qualcosa agli uomini. Non sono maestrine né figure angelicate o salvifiche, bensì ‘pastorali’: guidano instillando il dubbio, propiziando la messa in discussione necessaria al moto trasformativo, al cambiamento sotterraneo. Anche Moana, incarnazione di un enigma senza soluzione, assolve questo compito: odia il sesso, eppure se ne serve per ottenere successo, soldi, riconoscimento; è bellissima, colta, intelligente, perché mai lo fa?

Le donne, in Supersex, si pongono sempre al di sopra, sono etimologicamente superiori, ma la loro superiorità non è gerarchica, non è un primato sul maschile, non è mai un “io sono come te o più di te, facciamo una gara”, quanto piuttosto un’eccedenza e un sollevamento, un tirarsi fuori dalle grammatiche e dalle logiche del maschile, un far saltare il grimaldello che sembra garantire la compattezza delle convinzioni del maschio. Il sesso è un “ponte che non unisce” e non unirà mai, ma l’amore può saldare due vuoti, tendere una corda tra due mancanze. Il maschile e il femminile possono amarsi “in ginocchio”, perché “si trionfa solo in ginocchio”, nella carne e per mezzo della carne, ma anche al di là di essa: abbandonandosi allo sguardo dell’altro e abbandonando qualcosa del proprio superpotere, smascherandolo e rivelandone la soggiacente, radicale lacuna. Di essere uomini bisogna solo far finta senza immedesimarsi troppo nella finzione: in Supersex, le donne rivelano a Rocco e ai suoi ‘fratelli’ che va bene farsi coraggio con il loro pene, ma è meglio che ai suoi superpoteri non credano mai troppo. Il rischio è quello di farsi male, e soprattutto di perdere l’amore.

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