frasi casa di carta 3 cinematographe.it

Un ritmo indiavolato va a caratterizzare la terza parte de La Casa di Carta. I rapinatori con la maschera di Salvador Dalí appaiono ancora più agguerriti, effettuando una rapina che si preannuncia impossibile sulla carta. L’obiettivo è la Banca Nazionale di Spagna. La trama si complica con la sparizione di Aníbal Cortés/Rio (Miguel Herrán), un membro molto importante della banda che bisogna recuperare a tutti i costi.

La terza parte è composta da otto puntate. Ognuna di queste propone un filo conduttore molto chiaro: il dinamismo. Le vicende si susseguono senza subire bruschi rallentamenti, complice la performance ancora pregevole di Alvaro Morte nel ruolo di Sergio Marquina/ Professore, il burattinaio che controlla ogni dettaglio dell’improbabile piano. A lui spettano le redini dell’intero show, conducendo le sue pedine dentro uno scenario altamente pericoloso. Le esagerazioni e le soluzioni spettacolari abbondano e mostrano i loro muscoli, con l’obiettivo di rafforzare il comparto narrativo e condirlo di sequenze iconiche.

La Casa di Carta 3: le frasi più belle della serie tv Netflix

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La Casa di Carta non vuole solo esaltare le fasi adrenaliniche e gli scontri a fuoco molto frequenti; la serie riesce a ritagliarsi del tempo per individuare le forze e le debolezze di ognuno dei protagonisti in scena. Viene delineata una scrittura accurata che evidenzia profili determinati ma mossi da sentimenti estremi e in netto contrasto fra loro. Il Professore è un individuo caparbio, tenace, molto focalizzato sulla missione e sul come portarla a termine senza intoppi.

“Tutto questo lo stiamo facendo per Rio però…beh anche per tutti noi. In questo momento loro pensano di poter solo vincere. Accerchiarci come cani e tirarci fuori dai rifugi con la tortura, violando i dritti umani. Per loro non contano. Se adesso ci comportiamo come topi in trappola loro ci colpiranno di nuovo, uno a uno. E c’è solo un modo per evitarlo. Affrontarli. Ascoltate, nel mondo tutto si regge su un semplice equilibrio: quello che puoi guadagnare e quello che puoi perdere. E in questo momento loro credono di non avere nulla da perdere, e se credi di non avere nulla da perdere ti senti più forte. Bene, perciò noi gli dobbiamo dimostrare che hanno molto da perdere”.

Un guanto di sfida viene lanciato dal Professore, convinto di avere la situazione in pugno. Le forze dell’ordine non riescono a scalfirlo, per lui rappresentano una minaccia non così temibile. La lucidità è l’arma migliore che possiede ma conta anche la squadra, la famiglia. Rio è stato rapito e imprigionato in una cella di detenzione non rintracciabile dove subisce impensabili torture. Un cambio di rotta non previsto potrebbe animare Sergio fino a uscire fuori dal suo personaggio, tuttavia è deciso a portare in salvo Rio, costi quel che costi.

Berlino come Michelangelo: bisogna coltivare la bellezza

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L’apparizione di Andrés de Fonollosa/Berlino (Pedro Alonso) è davvero incisiva. Una personalità che non può contenersi durante i molteplici flashback che prendono posizione nelle prime puntate della terza parte. Si viene a conoscenza del fatto che Berlino soffre di una malattia chiamata Miopatia di Helmer, una malattia terminale che causa una progressiva perdita della forza muscolare. Un grande rischio che può seriamente mettere a repentaglio anni di progettazione e organizzazione del colpo perfetto. Ma Berlino cerca di rassicurare il Professore con le seguenti parole:

“Se un pittore ti dicesse che gli rimangono tre anni di vita, gli chiederesti di smettere di dipingere? Gli avresti chiesto a Michelangelo di smettere di scolpire il suo David? No chiaro che no. Gli avresti detto <<forza, Michelangelo, continua a fare quello che ti appassiona>>. A un pittore, e a un poeta lo stesso. Signori, continuate a coltivare la bellezza. E questo colpo, Sergio, è un’apologia della bellezza. È la nostra opera maestra.”

In La casa di Carta Bogotà padre modello

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Durante la rapina alla Banca di Spagna, Denver (Jaime Lorente) comincia a dubitare sulla riuscita del colpo ed emerge una crescente preoccupazione nei confronti di sua moglie Monica Gaztambide/Stoccolma (Esther Acebo) e del loro figlio Cincinnati. Mette in dubbio il suo ruolo di padre e non si sente parte di questa delicata operazione. Bogotà (Hovik Keuchkerian), un nuovo componente del gruppo che si sta occupando della pulizia del caveau, cerca di scuotere Denver ricordandogli che:

“Mi faccio carico di tutto, restando ciò che sono. Non vado a vedere i miei sette figli alle recite scolastiche o alle partite che giocano in Islanda. È vero, ma arrivo di sorpresa dopo sei mesi o un anno e non chiedo niente, né un abbraccio né che mi amino. Ma mi saltano al collo e mi riempiono di baci, perchè? Perchè sono il padre, cazzo. Il loro padre. Non puoi rinunicare al tuo Dna, mai. Se sei stato un rapinatore, continui ad esserlo e se ti sei giocato la vita, continui a giocartela.”

Un’antagonista d’eccezione in La casa di Carta

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Niente di meglio di buon villain perfettamente caratterizzato. La banda di rapinatori, nella terza parte de La Casa di Carta, si deve scontrare con l’ispettore Alicia Sierra (Najwa Nimri). Una stratega che sa stare allo stesso gioco condotto dal Professore, individuando le mosse e le contromosse da lui effettuate. Non si perde mai d’animo ma anzi, l’adrenalina la pervade e tenta in tutti i modi di mantenere un atteggiamento ambiguo, per poi colpire nelle zone d’ombra; conosce le dinamiche e le relazioni che caratterizzano il gruppo all’interno della Banca. Sfrutta la tensione che confonde il loro giudizio e il loro spirito d’iniziativa, recitando in questo modo:

“Questa è una partita a carte e questa mano voglio vincerla io. Si sentiranno un po’ fottuti, e di questo si tratta. Di fottere, no?”

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