Romulus: recensione del finale della serie TV creata da Matteo Rovere

Romulus, la serie di Matteo Rovere targata Cattleya, Groenlandia, Sky e Itv, che parla della storia prima del mito della fondazione di Roma, è giunta al termine. Ecco le nostre considerazioni! 

Quello di Romulus è stato un viaggio molto lungo. Non solo perché i primi due episodi sono stati trasmessi in sala durante il Festival del Cinema di Roma, in un’epoca che ci appare tristemente lontanissima, ma perché, come confermato dallo stesso Matteo Rovere (creatore della serie), l’idea del suo sviluppo precede, addirittura, quella de Il Primo Re.

Alla fine della prima stagione l’idea che rimane è quella di una produzione potenzialmente destinata a fare la storia della televisione e del cinema italiano per l’enormità e la complessità che la costituiscono, ma anche per il rigore e la qualità organizzativa con la quale è stata portata a casa da tutti coloro che ci hanno lavorato.

L’ultima tappa del viaggio della serie Cattleya, Groenlandia, Sky e Itv si è consumata venerdì scorso, 4 dicembre, con la messa in onda delle ultime due puntate su Sky e NowTV, ma probabilmente costituisce solo un primo arrivederci all’età del Bronzo più che un vero e proprio addio. Questo il nostro sguardo sul finale.

Tutte le strade portano a Romulus

Romulus, cinematographe.it

Per gran parte del suo intreccio Romulus si è divertita a dividersi in più filoni, in cui ogni personaggio si è impegnato a portare avanti un suo sviluppo personale con la promessa di diventare il terreno su cui potesse germogliare il nuovo mondo dopo la caduta del vecchio, colpito da una, metaforica, eterna siccità.

La struttura del triplice viaggio è di stampo classico: la caduta nel sottosuolo, la fuga, la prigionia e la resurrezione, nel mezzo una giungla folta di simbolismi, richiami e collegamenti con la realtà attuale. Diverse strade, la stessa meta: rovesciare l’ordine istituito dalla generazione passata. Yemos (Andrea Arcangeli) e Wiros (Francesco Di Napoli) si trovano, come nuovi fratelli, di spirito e di età, trovati bambini e resi uomini da Rumia e dalla Lupa (la splendida, splendida, Silvia Calderoni). Presi per mano da madri e amanti, da donne ad ogni modo. Come Ilia (Marianna Fontana), che, da donna, compie il tragitto da sola, senza aver bisogno di compagni, benedetta da un padre ultraterreno e maledetta dall’altro.

La grande componente femminile che c’è per tutta quanta la serie guida l’ambizione dei due protagonisti maschili, che insieme sono Romulus, il nuovo maschio/mondo, che dovrà prevaricare Alba e scegliere Roma (o Ruma), due donne, una sterile e una feconda. Mai più siccità.

La riscrittura del mito della fondazione

Yemos e Ilia, cinematographe.it

Intrecciando classico e moderno, Shakespeare e Il Trono di Spade, Matteo Rovere, Filippo Gravino e Guido Iuculano creano un modo straordinariamente credibile portandolo in scena con un occhio unico, organico e coerente, pur essendo tre teste diverse quelle che si avvicendano dietro la macchina da presa (oltre Rovere, Michele Alhaique e Enrico Maria Artale). Straordinario il lavoro di preparazione fisica e linguistica del cast, le scenografie, i costumi e la ricostruzione/reinvenzione di tutti i quanti i riti, com’è straordinario il lavoro di scrittura delle reinvenzione del mito.

Numitor, Amulius, (Rea) Silvia, Marte, i gemelli, Velia e il primo germoglio di Roma sul colle Palatino, tutto quanto viene manipolato e reinventato tendendo sempre al racconto sociale e allo spingersi oltre il semplice intrattenimento fine a stesso. Anche un po’ esagerando, specialmente nel finale, anti climatico non solo per l’assenza della battaglia promessa, e nella sua preparazione, in controtendenza con le macro coordinate narrative scelte tra l’altro (“notte prima” e “conto alla rovescia”, due figure che evocano sempre tensione).

Il messaggio che si cela dietro i titoli degli episodi di Romulus 

Dove invece Romulus trionfa è il racconto realistico del divino, legato benissimo al gioco di percezione dell’epoca, in cui tutto può diventare facilmente ascrivibile ad atto divinatorio o meno, facendo comparire gli dei come una presenza ingombrante per poi farli sparire improvvisamente di fronte al nuovo che avanza (parlano e si muovono sempre attraverso le donne, elette nel bene e nel male). Anche loro legati al vecchio regno eppure fautori della caduta, da figure diegetiche a espedienti letterari straordinari che possono servire a ricoprire di fascino anche un re rinnegato, come il fu Amulio di Sergio Romano, uno dei personaggi più belli, complessi e contraddittori. Unico elemento portante di quando la serie decide di abbandonare il fango e di chiudersi nelle sale, anche se la sua anima rimane comunque nella Lupa della Calderoni. L’ultima vetta tensiva si tocca con il suo “battesimo” per Iemos, poco da discutere su questo.

Ed è proprio l’assenza/presenza del divino a legarsi alla scelta di un finale in cui alla battaglia per la conquista della città si sceglie di preferire il dibattito, ancora politico, ancora sociale e ancora attuale. Infiocchettato con un dictat che si ricostruisce mettendo insieme parola per parola i titoli dei dieci episodi: Tu-Regere-Imperio-Populus-Romane-Memento-Parcere-Subiectis-Debellare-Superbos, cioè: “tu, o Romano, ricorda di governare i popoli: risparmiare gli arresi e sconfiggere i ribelli.“, la frase al termine del lungo discorso iniziato al verso 756 dell’Eneide, in cui l’anima di Anchise indica al figlio Enea il destino delle anime che si assiepano sulle rive del fiume Lete.

Il branco

Romulus, cinematographe.it

In definitiva cosa rimane da fare ai giovani, imprigionati in un mondo fatto da regole stabilite da altri se non ricominciare? C’è qualcosa che può essere trasportata dal vecchio mondo? Qualcosa da cui ripartire? Su cui sperare?

Romulus ci mostra un ordine che pone le sue speranze e le sue forze nella rigidità dei suoi confini, mentali e pratici, incapace di progredire e di aprirsi al resto, schiavo di forze che non può controllare e a cui si arrende (vi ricorda qualcosa?). Un equilibrio precario, fragile e volubile, esente da scelte basabili su sentimenti terreni di fedeltà, amicizia e devozione. Lo scontro delle generazioni diventa evoluzione di quello dei rapporti, destinati a vivere clandestinamente in un mondo che non ne prevede l’esistenza e che pure posa su di esse quello che rimane delle sue erose fondamenta. Le stesse su cui invece si baserà il nuovo.

La scelta della rovina di Amulius è basata sul suo rapporto con la famiglia e su quello con la moglie Gala, che ne pagherà il prezzo, e, successivamente quello con la figlia, che dovrà scegliere che valore dare a sua volta a ciò che la lega al padre sul piatto del confronto di un altro rapporto, quello di amore con Enitos. La dualità dei gemelli, prima di sangue e poi di spirito, diventerà nucleo di quello del branco, i lupi di Rumia, uniti come un sol uomo, diversi da tutto il resto. Il cuore del discorso dei rapporti e prototipo di un sistema con cui flirta la serie, che li eleva addirittura a divinità da adorare, non ci sarebbe mai stato spazio per loro nel vecchio mondo. Questo è il motivo per il quale non c’è nulla che può essere salvato.

La loro unione porterà alla nascita della più bella e potente delle conquistatrici, dietro di essa solo l’ombra di un fantasma, ultimo superstite di un ordine dominato dai morti.

Regia - 3.5
Sceneggiatura - 3
Fotografia - 3.5
Recitazione - 3
Sonoro - 4
Emozione - 3

3.3