Cannes 2019 – Il Traditore: recensione del film di Marco Bellocchio

Marco Bellocchio torna al cinema con Il Traditore, opera di grande impatto visivo ed emotivo sull'ultima fase della vita del pentito Tommaso Buscetta e sulla collaborazione con Giovanni Falcone.

In una scena de Il Traditore, presentato in concorso alla 72esima edizione del Festival di Cannes, lo sguardo del regista Marco Bellocchio si posa sui movimenti di una tigre inquieta, rinchiusa all’interno di uno zoo, e s’incrocia con quello di due bambini curiosi che osservano la creatura, al di là delle sbarre di protezione. L’ultimo film di Bellocchio ripercorre gli anni cruciali della vita di Tommaso Buscetta, membro di Cosa Nostra che negli anni ’80 collaborò con il giudice Giovanni Falcone nella sua battaglia per la cattura degli altri componenti dell’organizzazione mafiosa.

Il Traditore: la vera storia del pentito Tommaso Buscetta

Il Traditore cinematographe.it

Tommaso Buscetta non crede nella parola “mafia” (“la mafia è un’invenzione dei giornalisti”) e non crede nella nuova Cosa Nostra, che a suo dire avrebbe falciato i valori di un tempo. Falcone, dal canto suo, non crede nell’esistenza di una mafia migliore dell’altra. Una dissonanza irreparabile, una visione del mondo visceralmente discorde, che ha portato alla più importante collaborazione degli anni ’80 e un processo fino ad allora impensabile, in cui un pentito – sebbene Buscetta sia sempre stato riluttante a chiamarsi in tal modo – smaschera nomi e volti dietro i traffici e gli attentati che si accaparravano i titoli delle prime pagine dei quotidiani dell’epoca.

Il Traditore: la fuga dalla morte in una metafora di grande impatto

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Tutta l’esistenza di Buscetta (che Pierfrancesco Favino incarna con ingegno d’attore e grandissimo talento nel ruolo di una vita) è scissa in un prima e un dopo. Tornando a prendere in considerazione le sbarre che separavano i suoi figli da quella tigre, si potrebbe affermare che la sua vita si sia divisa in un “davanti” e un “dietro” quelle sbarre, al di là delle quali c’è sempre Cosa Nostra, animale che aspetta di divorarlo nel momento in cui quella protezione cadrà. E l’arguta metafora di Bellocchio porta a vedere tutta l’esistenza di Tommaso “Don Masino” Buscetta come una forsennata fuga dalla morte, dagli esiti sempre incerti e dai risvolti sempre imprevedibili.

E non si poteva trovare un titolo più calzante per Il Traditore: non tanto per il ruolo assunto dal protagonista a seguito delle sue scelte (mai totalmente incondizionate), bensì per il peso con cui il “tradimento” schiaccia e marchia, in una rete architettata da uomini di religione, chi si assume le responsabilità delle sue conseguenze. Don Masino cessa di essere chi è, e diventa “il traditore”, semplicemente. I crimini di cui si è macchiato, o i crimini di cui gli altri si macchiano (fra cui quello dell’assassinio brutale di innocenti la cui sola colpa è quella di essere relazionati a questi uomini) non sono altro che lavoro. Guai, però, a tradire “la famigghia”, sacrosanta, cui si è giurata fedeltà fino alla morte come la si giura a una sposa sull’altare.

Il Traditore raffigura le contraddizioni degli uomini di Cosa Nostra

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Il film di Bellocchio è permeato da un tono grottesco piuttosto insolito, nonché azzardato per il cinema italiano dei nostri tempi – come la scelta di ambientare alcune scene in luoghi esotici o nella piccola provincia americana, dove si avverte ancor più intenso il senso di paranoia del protagonista fuggitivo – eppure in grado di caricare le immagini di una valenza simbolica eloquente e atta a raffigurare le contraddizioni e l’anima scissa e “schizofrenica” di uomini stretti nella rincorsa verso il potere ma, allo stesso tempo, anche nella rispettosissima aderenza al proprio posto nella piramide gerarchica. Il cast, formato da volti estremamente corrispondenti alle figure di riferimento e da notevoli prove attoriali (spicca quella di Luigi Lo Cascio, nei panni di Totuccio Contorno), contribuisce alla verosimiglianza di questo affresco: uomini fortemente religiosi e, allo stesso tempo, devoti ai vincoli e agli oneri dell’organizzazione; uomini che ambiscono all’essere amati e temuti, al massimo rispetto per sé e i compagni, ma con la stessa facilità in grado di compiere atti sadici (il taglio di un braccio a un uomo cui si sa già di dover sparare).

Il Traditore: un film sull’identità dalla perfetta gestione del ritmo e dalle sequenze memorabili

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Bellocchio, dunque, realizza un importante film sull’identità, quella che Don Masino falsifica più volte confidando (erroneamente) nella validità del solo nome, diventando prima Manuel Cadena, poi Adalberto Barbieri e infine Paulo Roberto Felice. Identità intesa, inoltre, come ruolo e come etichetta: Buscetta, che poi diviene Don Masino, o il boss dei due mondi, diventa la mafia stessa quando vincolato a essa, poi il traditore e un bersaglio quando, vincolato alla giustizia, diviene nemico della stessa (anche più dello Stato).

E non si dica che Il Traditore si presenti come un’apologia della figura di Buscetta: nessuno sconto sul fardello delle sue azioni, sulle incongruenze delle sue decisioni, sull’ambiguità della sua storia e delle sue risposte, e nessuno sconto sull’ingenuità con cui più volte scorta la giustificazione della “vera mafia”, quella di una volta, quella migliore, seppur ugualmente criminale. Grazie alla perfetta gestione del ritmo (non percepibili le due ore e mezza), a sequenze di grande impatto visivo (l’attentato a Falcone) ed emotivo (il tesissimo processo in tribunale), e alla vitalità del suo regista, a Il Traditore spetta sicuramente un posto di rilievo nel panorama cinematografico italiano degli ultimi dieci anni. Una nota di merito va al fondamentale apporto musicale di Nicola Piovani.

Il Traditore arriva al cinema il 23 maggio, distribuito da 01 Distribution.

Regia - 4
Sceneggiatura - 4
Fotografia - 3.5
Recitazione - 4.5
Sonoro - 4.5
Emozione - 4.5

4.2