The Brutalist: il film di Brady Corbet sull’Olocausto è ispirato a una storia vera?

Corbet ha dichiarato che The Brutalist non va letto come una cronaca storica, ma come un monumento cinematografico a tutti gli artisti ebrei.

Con The Brutalist, il regista statunitense Brady Corbet porta sul grande schermo una storia che intreccia il trauma dell’Olocausto con l’illusione del sogno americano. Il film, candidato a dieci premi Oscar tra cui miglior film, miglior regia e miglior attore protagonista per Adrien Brody, racconta le vicende di László Toth, architetto ebreo ungherese sopravvissuto al campo di Buchenwald. Giunto negli Stati Uniti nel 1947, Toth spera di costruire una nuova vita insieme alla moglie Erzsébet, interpretata da Felicity Jones. Tuttavia, la promessa di rinascita si trasforma presto in una dolorosa esperienza di esclusione, sospetto e discriminazione.

The Brutalist - cinematographe.it

La prospettiva capovolta del sogno americano in The Brutalist

La sequenza iniziale del film The Brutalist è già un manifesto: Toth arriva a New York e vede la Statua della Libertà capovolta. L’immagine, frutto di una semplice prospettiva visiva, diventa una potente allegoria. Simboleggia un’America che non si presenta come terra di accoglienza, ma come spazio ostile e distorto. Corbet si allontana così dalle narrazioni tradizionali sull’immigrazione, scegliendo di mettere in luce le contraddizioni di un Paese che promette opportunità ma spesso respinge chi appare diverso.

Una storia inventata, con radici nella realtà

Nonostante il contesto storico, The Brutalist non si basa su una vicenda realmente accaduta. László Toth è un personaggio di fantasia, creato come omaggio agli architetti ebrei del Bauhaus che dovettero abbandonare l’Europa prima della Seconda Guerra Mondiale. Figure come Marcel Breuer, Mies van der Rohe e Louis Kahn riuscirono a costruire carriere prestigiose negli Stati Uniti, ma non vissero l’esperienza dei campi di concentramento. Corbet ha voluto colmare un vuoto narrativo: immaginare cosa sarebbe accaduto a un architetto sopravvissuto alla persecuzione nazista che, una volta in America, si trovasse a lottare ancora per affermare la propria identità e professionalità.

L’architettura come metafora

Il titolo del film The Brutalist richiama il movimento architettonico brutalista, nato negli anni ’50 e caratterizzato da strutture monumentali in cemento grezzo, superfici ruvide e geometrie imponenti. Per Corbet, il brutalismo diventa una metafora dell’esperienza migratoria: come quegli edifici spesso considerati freddi e respingenti, anche lo straniero appare incomprensibile e minaccioso agli occhi della comunità che lo ospita. Nel film, Toth riversa il dolore per le perdite subite durante l’Olocausto nella costruzione di un monumento, ma la sua opera è osteggiata da una società rurale americana che lo vede come un corpo estraneo.

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Il trauma generazionale e l’identità ebraica in The Brutalist

Corbet, che ha radici ebraiche da parte materna, ha spiegato di aver voluto raccontare non solo l’antisemitismo del dopoguerra, ma soprattutto il trauma generazionale che accomuna molti immigrati. La storia di Toth in The Brutalist diventa così un riflesso universale della difficoltà di integrarsi senza rinunciare alla propria identità.

Realtà storica e invenzione narrativa

Gli storici dell’architettura hanno sottolineato le differenze tra la vicenda di Toth e quella dei veri architetti ebrei emigrati negli Stati Uniti. Breuer, ad esempio, ottenne prestigiosi incarichi e fu sostenuto dal suo maestro Walter Gropius, mentre Louis Kahn studiò in un’università d’élite che gli aprì le porte di una carriera importante. Nessuno di loro visse la marginalità rappresentata in The Brutalist. Tuttavia, secondo alcuni studiosi, il film restituisce in maniera sorprendentemente onesta la sensazione di insicurezza e dipendenza dai mecenati che caratterizzava molti artisti immigrati, anche se con esiti meno drammatici di quelli raccontati da Corbet.

Antisemitismo negli Stati Uniti degli anni ’40

Il contesto in cui si muove il protagonista di The Brutalist non è del tutto inventato. Negli anni ’40, molte università americane limitavano l’ammissione degli studenti ebrei, e non mancavano hotel e ristoranti che rifiutavano i clienti per le loro origini. Gruppi estremisti come il Fronte Cristiano a New York e Boston arrivarono ad attaccare fisicamente gli ebrei, mentre movimenti filo-nazisti come il German American Bund organizzavano raduni con migliaia di sostenitori. Persino figure celebri come Stanley Kubrick dovettero affrontare episodi di discriminazione, segno che l’antisemitismo, pur diverso da quello europeo, era una realtà anche negli Stati Uniti.

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Un monumento agli artisti perduti in The Brutalist

Corbet ha dichiarato che The Brutalist non va letto come una cronaca storica, ma come un monumento cinematografico a tutti gli artisti ebrei le cui opere non videro mai la luce a causa della persecuzione nazista. Insieme alla scenografa Judy Becker, il regista ha studiato progetti non realizzati del Bauhaus, immaginando come avrebbero potuto trasformare il paesaggio urbano se non fossero stati interrotti dalla guerra.

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