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Nella nuova serie TV The Gloaming, il passato torna indietro come un boomerang lanciato con forza brutale. Pare quasi inghiottito tra le infinite montagne a ridosso di foreste e parchi naturali, circoscrivendo internamente un pezzo di terra emerso dall’acqua a sud dell’Australia, un tempo figlio della brutale colonizzazione inglese d’inizio 800. La Tasmania, remota colonia penale per criminali del vecchio mondo, sembra riecheggiare ancora quello stesso passato di esplorazioni europee e genocidi aborigeni e, per quanto si premi verso il rimodernamento occidentale, la Memoria è lì pronta a bussare.

The Gloaming: i cadaveri (e le colpe) del passato

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Non solo di Storia è fatto un luogo, ma anche dei suoi abitanti e delle loro singole vite segnate dai traumi non sciolti, come quelli dei due protagonisti dell’ottimo crime ambientato nella capitale Hobart, i detective Molly McGee (Emma Booth), madre single e tormentata dall’incapacità di riuscire ad esserlo e Alex O’Connell (Ewen Leslie), tornato in terra natia dopo un trauma adolescenziale. Reclutati per risolvere un brutale caso di femminicidio che ha inizio con il ritrovamento di un cadavere ai piedi di una cascata, ai due appare subito evidente l’inusuale efferatezza del delitto: la povera donna è morta strozzata da un filo spinato e prima ancora immobilizzata ai polsi attraverso una pratica di tortura medioevale. Quell’assassinio così palesemente affiliato all’occulto si scoprirà essere connesso ad altre misteriose morti e scomparse avvenute tra il recentissimo presente e gli anni ‘90, tra cui quella di Jenny McGitty, l’allora fidanzata di O’Connell, morta nel luglio del ‘99 per un colpo di arma da fuoco esploso da un giovane dal volto coperto.

Buio crepuscolare e superstizioni bibliche

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Quel museo d’arte vecchia e nuova, come per un istante viene chiamata la Tasmania, sembra dunque interfacciarsi senza possibilità di scampo tra l’apparente mobilità del presente e l’ombra dei legami del trascorso, in una storia dai contorni trascendenti in cui la risoluzione del giallo e il fascino del folclore pagano camminano pari passo, trovando una nobile cifra stilistica tra la miriade di prodotti a lei simili compresi nel genere nordic noir più o meno recenti. A rendere The Gloaming sorprendentemente interessante infatti, è l’equilibrio ricavato tra gli stilemi classici e le scorciatoie narrative del crime puro (i cosiddetti tropes) e l’attenzione (non solo estetica) data al paesaggio, per cui l’incanto arcaico di un’isola remota e a noi ancora sconosciuta trova uno spazio più che abbondante per spiccare.

È la fotografia al contempo crepuscolare e corposa, curata sapientemente dal dop Marden Dean, a scandire con venature horror e gotiche un giallo collegato alla religione dei Crofters, un culto biblico matriarcale e vudu che mescolava cristianesimo e superstizione da magia nera, praticata da alcune donne-sorelle-streghe, ultime superstiti di una ristretta dinastia millenaria di fedeli. Fermamente convinte nell’impossibile separazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti, nella serie creata da Victoria Madden e scritta con Peter McKenna, queste donne affiliate alla dottrina spiritica, costruiscono la rete di eventi mortali e di segreti a lungo taciuti, di bambini scomparsi prima affidati a famiglie adottive e poi ombre silenti dall’aldilà.

Demoni della Tasmania e taciti silenzi

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The Gloaming tuttavia, non limita il suo intrigo solo al soprannaturale, ma riesce a costruire anche un’acuta tensione emotiva tra i due detective, un tempo giovani amanti, e ora, a distanza di venti anni, rodati su un tacito consenso, che li vede entrambi incatenati ai loro personali demoni e alla gelida immobilità del presente, tra ansiolitici presi di nascosto e birre serali bevute in solitudine. McGee e O’Connell infatti, e i loro attori punta di diamante dell’intero cast, comunicano sempre con tono pacato, quasi sussurrando una relazione lavorativa e umana di palpabile elettricità, immischiati fino ai piedi da uno, o anzi, più casi collegati con le loro vite molto più di quel che credano.

Andata in onda sull’americana Starz e disponibile in otto episodi da cinquanta minuti ciascuno su Disney +, a The Gloaming va senza dubbio data una chance: verrete ripagati dalla voglia di ‘saperne di più’ e da una regia che non spreca nulla, neppure una sequenza; invogliando a mettere sul tavolo i tasselli raccolti nel corso dei episodi e arrivare così ad un finale che apre già le porte ad una seconda stagione ma senza risolversi del tutto. In cambio, la serie australiana richiede una certa dose di attenzione, cosa non affatto banale in epoca multi-piattaforma in cui ahinoi la fruizione distratta tra più schermi spesso guasta la visione.