The Baby: recensione finale della serie TV

Una serie TV ben fatta, che acquista maggior importanza dopo la cancellazione del diritto all'aborto in America

8 episodi per raccontare la maternità e il desiderio di non diventare madre; è giunto al suo ultimo episodio The Baby, la serie – su Sky on Demand e su NOW in streaming, su Sky Atlantic ogni venerdì, partendo dal 17 giugno 2022 – di Lucy Gaymer e Siân Robins-Grace, composta da 8 episodi in cui la protagonista, la trentottenne Natasha (Michelle de Swarte) sta assistendo a molteplici cambiamenti prima quelli relativi alle esistenze delle sue amiche che stanno o sono diventate madri, poi a quelli causati dall’arrivo di un bambino, “piovuto” dal cielo e caduto tra le sue braccia. Un paradosso perché lo sappiamo fin dai primi episodi, Natasha non vuole un figlio, considera la maternità un castigo, descrive ciò che prova come la sensazione di essere “a una festa in cui non parli la lingua”.

The Baby: metafora della maternità

Per Natasha l’arrivo di quel frugoletto dal volto angelico è un vero e proprio incubo, un inferno, e tutto si fa ancora più complicato quando emerge che non si tratta solo di cambiare i pannolini, portare in braccio la creatura, darle da mangiare e cullarla quando piange, quel bimbo ha poteri terrificanti e inquietanti: uccide la gente con una velocità spaventosa.

Presto la donna scopre che quel bambino è profondamente legato a lei, non può abbandonarlo, lasciarlo a qualcuno, consegnarlo alla polizia perché le conseguenze sono drammatiche. Insomma lei può non volere il bambino, ma il bambino vuole lei, non ci sono parole migliori per spiegarlo. Di episodio in episodio, il racconto si fa sempre più oscuro e drammatico, l’orrore è un linguaggio utile a narrare qualcosa di difficile e doloroso – il passato attraverso flashback si dimostra essere nemico di tutti i personaggi della storia – e a poco a poco emerge da una parte la storia del Bambino, chi è sua madre e da cosa è stato generato tutto il suo livore verso il mondo, dall’altra il rapporto di Natasha con la propria famiglia (con la madre, il padre e la sorella). The Baby si fa metafora della maternità stessa e della non maternità – e questo tema acquista un senso ancora più complesso e importante dopo la cancellazione del diritto all’aborto negli Usa -, il difficile rapporto con i propri genitori che spesso determina chi si sarà e il proprio modus vivendi (Natasha, si scopre, ha un rapporto inesiste con la madre perché quest’ultima ha abbandonato il padre e quindi anche lei e sua sorella, sentendosi abbandonata lei decide chi è la vittima e chi il carnefice, e forse ha deciso anche che non sarebbe voluta diventare madre), il corpo femminile come coacervo di un sistema di valori imposti dagli altri, dalla società, dal mondo e, anche, da sé stesse (una donna è madre in quanto tale, deve volerlo essere, e quando lo è deve dimostrarsi felice, mai stanca, pronta a vivere il periodo più bello della propria vita).

The Baby: una storia di amore non corrisposto, di controllo e di una maledizione

Il centro di tutto inevitabilmente è Natasha e il bambino ma è anche vero che tutte le altre vicende dipendono dal loro rapporto ma è vero anche il contrario cioè che tutto il resto ha prodotto questa situazione. The Baby è una storia di amore non corrisposto, di controllo (del mondo sul corpo delle donne) e di una maledizione che genera dolore, strazio e odio e questo non può produrre nulla di buono. Si raccontano donne omosessuali che in passato dovevano nascondersi, donne che squarciate dal proprio patimento non possono prendersi cura di nessuno, neppure di sé stesse, figuriamoci dei propri figli. La serie porta in campo molti temi importanti per lungo tempo veri e propri tabù perché rivalutare, riscrivere la maternità vorrebbe dire riscrivere molti schemi sociali, ancora oggi, per tanti, la madre è autodeterminazione del corpo femminile. Qui non è la madre arcaica ad essere il meno umano dei mostri, la massima minaccia dell’esistenza, ad esserlo è quel fagottino diversissimo da molti mostri del cinema che non si trasforma, non parla lingue sconosciute, non vomita né spruzza strani veleni. 

Natasha ritrova sua sorella Bobby (Amber Grappy) – un personaggio altrettanto stimolante e ben scritto: lei ha una compagna e insieme vogliono adottare un bambino; è estremamente interessante che proprio nel momento in cui la sorella “ottiene” quasi per caso il timbro di madre, l’altra, desiderosa, forse anche troppo, di essere madre deve fare carte false per diventarlo – e anche con lei i problemi sono tanti, la relazione è stata compromessa e ancora oggi il loro legame è spezzato, e incontra anche un’anziana misteriosa, la signora Eaves (interpretata da Amira Ghazalla), che si rivela essere fondamentale per capire qualcosa in più su quell’inquietante bambino, per capire la storia di quell’essere che proviene dal passato e che ha a che fare con lei.

La signora Eaves: “Ti distruggerà la vita, distruggerà le tue relazioni e quando ti avrà preso completamente per sé, ti distruggerà. È quello che fa”

La signora Eaves è d’aiuto a Natasha, perché lei segue da sempre le tracce delle madri del bambino (prima che il mostro le uccida) e sottolinea, più e più volte, quanto questo bambino – che assurge a simbolo di tutti i bambini perché ogni neonato “fagocita” in un certo qual modo la vita di chi lo ha dato alla luce – privi ogni individuo del suo libero arbitrio prima di progettare la sua morte e passare alla prossima “madre”. Ciò che vogliono dimostrare è chiaro: l’arrivo di quel Bambino è dirompente, cambia la vita dei genitori, soprattutto delle madri, in modi selvaggiamente imprevedibili, quel bimbo mefistofelico ha un controllo e un potere gigantesco, si fa quasi “parassita” – così lo definisce nell’ultimo episodio Natasha -, sanguisuga che si ciba di sangue, vita, aria di chi lo cresce.

La signora Eaves: “Lei ha fatto la sua scelta, ora gli appartiene”

Natasha si immola, sa che quello è il suo compito e non riesce a tirarsi indietro, non riesce ad uscire da quel gorgo, quel bambino si è impossessato di lei e lei non ha più il controllo di sé. Se la mamma del piccolo protagonista veniva tenuta sotto una campana di vetro dalla società – che non poteva accettare l’omosessualità -, dalla sua famiglia, dal marito (che voleva assolutamente da lei un figlio), Natasha è posseduta proprio dal bambino: “non ti volevo abbandonare. Non usciremo più, scusa. Mi spiace, non vado da nessuna parte. Siamo solo io e te, la mamma ti ama. La mamma è tutta tua” gli dice mentre lo tiene in braccio e lo culla.

Una creatura che è grumo di dolore e di strazio

Quella di The Baby è una storia che parla delle origini fin dalle origini, quel piccolo mostro è la “Cosa” ineffabile e ultraterrena, e a poco a poco, nonostante il suo viso dolce, si fa immagine ripugnante perché porta il dolore di chi lo ha generato, di una donna che non ha potuto essere chi desiderava, che non ha potuto amare chi voleva, che è stata costretta alla maternità perché così si doveva fare, così la società voleva. Lui ricerca donne senza figli, che non lo vogliono, perché gli ricordano la madre, vuole che lo amino come la mamma non aveva potuto, incondizionatamente, se non lo amano lui le uccide; nella stessa maniera Natasha non vuole figli proprio per lo strappo che l’aveva squarciata da piccola, nel momento in cui sua madre se ne era andata, abbandonando la famiglia. Lei e il bambino alla fine sono reduci di vite passate che gravano ancora su di loro, bloccati lì dove tutto ha avuto origine.

Se nell’immaginario una donna incinta ha potere, se è fuori controllo, qui ad essere potente e fuori controllo è proprio il bambino che parlotta e uccide, piagnucola e spezza chi gli si para davanti, toglie la vita e ridacchia come se fosse un gioco meraviglioso e divertentissimo. Apparentemente incapace di liberarsi di lui, Natasha è costretta a portare con sé questo “angelo diabolico” omicida, quando scopre di essere solo l’ultima di una lunga serie di donne a cui si è legato, sente il peso di questo ruolo e come in un gorgo percepisce il compito di salvare chi è in pericolo.

The Baby è interessante perché spezza un circolo vizioso di cliché, perché mette in scena l’idea che un bambino non desiderato fino in fondo, o voluto perché così deve essere, può produrre qualcosa di terribile e di indesiderato ed è proprio a questo punto che risulta vincente l’unione di horror e commedia (sempre meno quando il dramma si fa più profondo). La creatura è un grumo doloroso di tutto il male del mondo e si attacca a chi prova lo stesso dolore, lo stesso strazio di chi lo ha generato. Natasha grazie al suo compagno d’avventura compie un viaggio dentro sé stessa, dentro il suo passato, in relazione al rapporto con la madre – fondamentale è l’incontro con la madre che genera un’esplosione dopo la quale nessuno sarà più lo stesso -, principalmente, ma non solo.

“C’è solo un modo per chiuderla. Tu non puoi aiutarmi, nessuno può aiutarmi”

Natasha sta cadendo nel gorgo in cui sono cadute tutte la altre donne prima di lei, e lo spettatore lo sa, la sua storia sta per finire proprio come sono finite tutte le altre, ma lei non è sola, ci sono Bobby e la signora Eaves che faranno di tutto per fermarla.

Se da una parte c’è il controllo, ciò che può salvare Natasha è l’amore, quello di Bobby, quello di una sconosciuta. L’idea di non avere uno scopo, di essere bloccata tra le piccole e pericolose braccia di quel bambino perché è l’unica cosa che avrebbe dato un senso alla sua vita, viene ribaltata dalle lacrime e dal bene, dalla cura. “Lui non è la risposta” dice Bobby alla sorella, e le chiede di lasciarsi aiutare, di ricucire le ferite insieme, di non fare la martire che vuole salvare tutti ma di lasciarsi salvare.

Una serie tv ben fatta che acquista maggior importanza dopo la cancellazione del diritto all’aborto in America

The Baby porta in campo una storia molto forte, intensa, che fa riflettere molto, si tratta di un mondo generato da una società ossessionata dai bambini, che vede spesso, ma non sempre, le donne, ancora oggi, solo come madri – Natasha per amici, sorella e genitori, è madre di quella creatura, nonostante tutti sappiamo che lei non ha avuto bambini. Gli otto episodi, creati da Lucy Gaymer e Sîan Robins-Grace, mostrano quanto il fare figli non sia sempre una scelta ponderata –  un bambino può nascere per tenere compagnia a un fratello, per curare i problemi di una coppia, perché così deve essere – ed emerge che alla fine la scelta non scelta diventa ferita anche per il bambino stesso che vuole semplicemente essere amato. Esistono vari modi di essere madri, vari modi di sentirsi madri e tutti hanno la stessa importanza ma ha anche pari dignità il non voler essere madre e tutti questi discorsi e la serie stessa acquistano ancor più valore proprio in questo momento mentre in America si ritorna a discutere e lottare per il diritto all’aborto. Diventa ancora più oscura l’idea di quanto Natasha diventi schiava di quella creatura malefica, presenza indesiderata e irremovibile, e sia intrappolata in un costrutto sociale. Benvenuti nel 2022, quando gli orrori immaginari non riescono a tenere il passo con la realtà.

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Regia - 4
Sceneggiatura - 4
Fotografia - 3.5
Recitazione - 4
Sonoro - 3.5
Emozione - 4

3.8

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