voto del pubblico 3.9/5
voto finale 2.3/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Vorrebbe essere intricato ma è solo confusionario; tenere aperte diverse porte per poi lasciare socchiusa quella principale. Suburbia Killer, la miniserie spagnola tratta dal romanzo best-seller di Harlan Coben del 2005 e disponibile su Netflix dal 30 aprile per la regia di Orion Paulo, adotta – forse per deliberata scelta distintiva dalla valanga di prodotti seriali a lei simili – una modalità narrativa interessante figurandosi come l’immaginaria chiusura graduale dei lembi di un tovagliolo aperto i quali, episodio dopo episodio, confluiscono al centro per combaciare e chiudersi idealmente in una sagoma unica.

Ogni puntata infatti ha inizio con una sorta di monologo interiore dei diversi personaggi in campo che, parlando a loro stessi in seconda persona, accompagnano lo spettatore nella loro frazione diegetica, raccontando tramite ellissi e salti temporali il punto di vista esclusivo sul loro passato, per poi riposizionarlo nella neutralità narrativa del presente. Un modus operandi piuttosto intrigante, se non fosse per la perdita scombussolata e disorientante a cui sottopone costantemente lo spettatore che, sommerso da fatti aggiunti e depistamenti, finisce per non ritrovare più le coordinate iniziali e dunque dimenticarsi, quasi completamente, quale sia la ragione primaria che muove i fili di tutto.

Suburbia Killer: Mario Casas protagonista di una storia di segreti e di vendetta

suburbia killer cinematographe.it

La vicenda (o una delle tante) prende il via dal tentativo di placare una rissa in discoteca: una notte di nove anni fa Mateo detto Mat (Mario Casas), si ritrova, suo malgrado, assassino di un giovane come lui e viene condannato a nove anni per omicidio colposo. Una volta scontata la pena e sposato con la bella Olivia (Aura Garrido), l’ex-detenuto sta per rifarsi una vita quando una telefonata dal cellulare della moglie sconvolge – di nuovo– la sua realtà, catapultandolo in un mondo di segreti e complotti manovrati da chi ha in mente una vendetta lenta e crudele come il dolore che lo affligge.

A coordinare in parallelo le indagini apparentemente distanti di una suora forse morta sucida dal balcone di un convento a Barcellona, l’ispettrore Lorena Ortiz (Alexandra Jiménez) subisce l’ostracismo di alcuni agenti federali dei crimini speciali, anch’essi interessati a risolvere il caso dell’ipotetico suicidio ma per fini ben diversi. Cosa accomuni la vicenda di suor Maria con quella di Mateo e soprattutto se quest’ultimo sia davvero completamente innocente come afferma sta allo spettatore più volenteroso capirlo, ma di certo la moglie Olivia, ora incinta, non è chi dice di essere.

Conformità al modello thriller/crime ma poca interattività

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Se un ottagono può essere costruito in un cerchio, la circonferenza sulla quale si muovono gli otto episodi di Suburbia Killer è quella del thriller/crime più conforme: le location poliziesche e le scene d’azione; la continua messa in discussione delle identità; il cammino a ritroso di eventi per indagarne la veridicità; l’insinuazione costante di dubbi e la risoluzione finale di un puzzle dai pezzi sparsi nel corso del tempo. La serie va ad adattare una storia sia personale che ambigua giocando sulla costante del genere che prevede il sotto testo finale del ‘fingere’ di essere ciò che non si è, della difficoltà a tenere a bada segreti scomodi e soprattutto del non conoscere mai fino in fondo chi ci sta accanto. La messa in scena però, pecca di aggiungere elementi fuori misura, tralasciando la capacità costruttiva di interagire con le molteplici vicende che vuole raccontare.

Dal libro allo schermo: ma qual è il punto?

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Stratificando abbondantemente la diegesi senza, probabilmente, l’elemento essenziale per tenere in pugno l’attenzione e la tensione dello spettatore (ovvero lo scavo interiore del protagonista), Suburbia Killer rimane aggrappato alle stampelle del thriller senza mai osare di addentrarsi sul sentire di Mat, rimanendo nel limbo della remissività nonostante cerchi l’effetto-scossa nell’inserimento di temi quali la prostituzione, la violenza e l’abuso maschile perpetrato sulle donne con scene poco pudiche anche nella rappresentazione del corpo femminile (forse l’ambizione narrativa a cui vuole mirare?).

Di Suburbia Killer rimane così il sentore di scarsa sostanza, di partecipazione distaccata ad una storia canonica perfettamente nel modello configurato del crime ma che cerca in extremis di diluirsi sempre più. Oltre a domandarsi se il protagonista sia davvero innocente, la serie diretta da Orion Paulo lascia piuttosto la confusionaria domanda su quale sia stata l’intenzione ultima dei suoi autori e, per chi abbia letto il libro, se sia anzi stato colto il punto delle pagine di Coben.