voto del pubblico 5.0/5
voto finale
4.8/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
vota il film ora!

Approcci diversi, stessa chimica. Zerocalcare presenta alla Festa del Cinema di Roma 2021 Strappare lungo i bordi, una serie animata scritta, diretta e interpretata da Michele Rech (nome vero di Zerocalcare) con Valerio Mastandrea che dà voce all’Armadillo. Disponibile su Netflix dal 17 novembre 2021, la serie racconta i disagi emotivi di Zerocalcare in un viaggio condiviso con i suoi amici storici, in cui l’elemento particolare si scoprirà essere la chiave di lettura di un significato più profondo, svelato solo nelle battute finali.

All’annuncio della serie, Michele Rech aveva dichiarato sui social:

È una storia che mi sta molto a cuore, e la sto a fa come voglio io. Nei linguaggi, nei contenuti, nella scrittura, è roba mia, il che significa che se viene na merda me l’accollo io. Al tempo stesso, come si vede già a partire da questi 50 secondi, sta cosa è realizzata decisamente meglio di quello che è nelle mie possibilità: questo perché ci stanno a lavorà un sacco di persone che sono quelle che poi fanno la differenza tra quello che faccio per i fatti miei e quello che stiamo facendo qui.

Una scrittura brillante, tradotta in segni altrettanto cesellati, con uno smalto di linea e di pensiero che scongiura il fiasco. “Super truce”.

Strappare lungo i bordi: Zerocalcare torna in compagnia dei soliti amici Armadillo, Sarah e Secco

Zerocalcare racconta. Partendo dalla confusione ormonale in pieno scudetto della Roma, passando per i concerti, le canne, la metro B, le magliette coi teschi, msn e i trilli, Strappare lungo i bordi è un invito (o un freno, questo è da vedere) a seguire la linea tratteggiata del destino al quale andiamo inevitabilmente incontro. Zerocalcare si innamora di Alice, dal vivo non si scambiano una parola ma di notte, quando siamo tutti più sinceri, e dietro uno schermo – dove siamo tutti più concreti -, le conversazioni si fanno ricche di quell’ambiguità sufficiente a farti pensare che tu sia ricambiato per puro miracolo.  In quindici minuti di episodio, alternato da flashback ricorrenti sull’infanzia e le persone che abbiamo deluso, si avverte già il disegno generale che Zerocalcare ha in mente ogni volta che incontra la grafite: recitano tutti una parte, Sarah, Secco, Armadillo, Alice. E la meraviglia è che ci sentiamo come ognuno di loro, molteplici, multiformi, a seconda dei tratti di vita che viviamo, sospesi tra cuore e ragione nel vis à vis con le rituali “pezze” della vita.

Tra politica, grecismi e gender debate, tutta l’attualità animata di Zerocalcare su Netflix

Zerocalcare ce pia a pizze nfaccia. Ce se pia da solo, e pe riflesso pure a noi che guardamo sti disegnini consapevoli der fatto che ar cento per cento ce sta a dì più lui de noi in quindici minuti de striscia che noi in trent’anni de vita.

Immedesimandoci nei panni di Zerocalcare potremmo sintetizzare così l’artista che è Michele Rech (concedeteci questo omaggio all’autore in romanesco!). Il mondo che deriviamo è un mondo di cui ancora non abbiamo capito niente, ma che descritto a immagini e a colpi di sarcasmo fa meno paura. In fondo viviamo tutti le stesse cose dall’alba dei tempi, soffriamo uguale, pensiamo uguale, ci innamoriamo e ci lamentiamo. Sempre. Di continuo. Su tutto. C’è un formulario preciso nell’esistenza del genere umano, quello che ricorre pedissequamente per ogni microparticella che lo abita, anche quella più socialmente insignificante che prende la metro B da Rebibbia e mentre è soffocata dalla puzza di sudore dell’ascella più prossima si interroga sui tempi di attesa da rispettare prima di rispondere alla crush su WhatsApp. Di solito, quel momento di ansia atomica corrisponde alle tre del mattino. E alle tre del mattino non succede mai niente di buono. Solo una spunta blu. Doppia.

I primi due episodi di Strappare lungo i bordi sono brevi. Intensi eh, ma brevi. Che non fai in tempo a riflettere sul significato universale di un’incredibile verità che già ti senti scemo per non saper usare un cric, a trent’anni, quando buchi all’incrocio e chiami tua madre per sistemarlo. Pure tu, come lui. Fossimo tutti così, belli quanto imparanoiati, umani, egocentrici, meschini e poi redenti in cerca di un giudizio che ci assolva dalle cose che ci teniamo dentro per evitare il linciaggio. Ci sentiamo il centro del mondo e non lo siamo. E a confermarlo tornano l’Armadillo profetico, specchio riflesso della nostra (e sua) coscienza più abulica, gli amici di una vita Sarah e Secco, quelli che restano, pure se siamo cinici, irresoluti, un po’ bambinoni e lamentosi. Non ti senti più leggero a non essere il centro del mondo, a non dover reggere sulle spalle il peso degli altri, della vita, della gente che non conosciamo come fossimo gli Atlante di Roma Sud. Ad essere un filo d’erba incapace di fare casini, senza responsabilità, senza la costante preoccupazione di ferire gli altri, tradire le loro aspettative. A diciassette anni – come il giovane Zerocalcare in nuce – hai tutto il tempo di essere rotto. A trentotto, hai il dovere morale di raccontare una storia.