GIUDIZIO CINEMATOGRAPHE - FILMISNOW

VOTA IL FILM ORA!

Imprecare con Nicolas Cage non è difficile. Basta scegliere tra la sua lunga filmografia alcuni degli scivoloni più iconici e abbandonarsi a quel che il cuore comanda: “f**k!”. Ma con l’attore de L’ultimo dei templari c’è sempre di che sorprendersi, e dunque eccolo nel ruolo di maestro di parolacce. Basta con gli insulti a lui, via con le lezioni di storia: ora si impreca grazie a lui. F**k, Sh*t, Bitch, D**k, Pu**y, Damn sono le sei parole discusse da Nicolas Cage in Storia delle parolacce, nuova docu-serie disponibile su Netflix dal 5 gennaio. L’idea, di certo goliardica, nasconde dietro l’ironia che ne ritma i brevi episodi un certo fascino per il potere delle parole.

Storia delle parolacce: il folklore liberatorio del tabù

Storia delle parolacce cinematographe.it

Nicolas Cage guarda in macchina: “che cazzo vuoi?”. Storia delle parolacce è sempre coerente. Non puoi insegnare insulti in punta di piedi, devi prendere il respiro e abbandonarti al piacere del turpiloquio. Come per le migliori lezioni di lingua si inizia dalla pratica: dove si usano queste parole? Per chi e perché? Riprendendo lo stile catchy e incalzante di docu-serie di successo come In poche paroleStoria delle parolacce alterna esperti di linguistica e semiotica, aggiungendo però stand-up comedian e attori di Hollywood. Il misto è vincente e guida in un percorso che gioca sul disinteresse di fondo per il tema stesso: da dove venga bitch è relativo, perché sia così liberatorio usarlo è invece tutt’altra storia, quella delle parolacce appunto.

Proprio sulla difficoltà di tracciare un percorso evolutivo convincente si gioca gran parte delle puntate. Messo da parte il documentario (a eliminarlo è il lungo, bellissimo, catartico, “f**k” con cui Cage inizia il primo episodio) ci si affida al folkloristico, perché “ci piace che le parole colorite abbiano origini colorite”. Il mondo visto dalle parolacce è di certo divertente. D’altronde le volgarità sono con buona probabilità tra le parole più pronunciate dall’essere umano, anche prima di morire. Almeno di non credere che qualcuno, caduto da un burrone, componga una complessa perorazione quando non un limpido e appropriato “damn”.

Storia delle parolacce riesce anche ad annoiare

Storia delle parolacce cinematographe.it

Storia delle parolacce è un esempio di infotainment di cui Netflix avrà sempre più bisogno. Simile al factual televisivo, la serie con Cage è un minestrone di generi che colpisce trasversalmente il pubblico della piattaforma. In un tentativo di incrociare target, le parolacce si fanno contenitori di riferimenti cinematografici (esperimento: pensa a Samuel L. Jackson senza “f**k”, difficile eh?), ricerche sperimentali (pare che imprecare mentre si prova dolore aiuti, come ben sanno gli spigoli dei mobili delle nostre case) e qualche battuta ben sferrata. La giunzione non è però sempre efficace, e nonostante la durata contenuta degli episodi è facile annoiarsi. Nicolas Cage è in tal senso la carta vincente. Appena la questione sembra tirata per le lunghe ecco Cage. Una battuta, un insulto, una posa e via: si ricomincia. Così Storia delle parolacce arriva a fine episodio, ma non sempre con lo stesso brio dei primi minuti. Forse il ripetersi dei comici, sempre gli stessi nel corso delle puntate, inficia sul ritmo che le diverse parole analizzate richiede, o semplicemente venti minuti sono più di quello che ognuna di loro merita. Credendo nella possibilità che di qualunque cosa si possa parlare all’infinito, soprattutto se divertente e misterioso come una parolaccia, propendiamo per la prima ipotesi.

Storia delle parolacce è una serie da vedere in lingua (in attesa di un adattamento)

Storia delle parolacce cinematographe.it

Nonostante episodi in apparenza troppo lunghi, Storia delle parolacce non sarà di certo uno dei numerosi orfani di Netflix. Iniziata, la serie con Cage pretende di essere conclusa. Non si hanno ancora notizie su una probabile seconda stagione, ma qualora venisse confermata sarebbe un’ottima notizia. In realtà, la serie potrebbe essere un format di discreto successo se venisse adattato nei vari paesi su cui Netflix ha maggior impatto culturale. Storia delle parolacce andrebbe vista in lingua originale, poiché la quasi totalità dei termini discussi non ha un corrispettivo ugualmente forte in italiano. Più che una traduzione, la serie meriterebbe un adattamento. Immaginate Valerio Mastandrea spiegarci le imprecazioni più utilizzate in Italia, con tanto di riferimenti storici e ricerche tra i testi di Marziale. Nel frattempo va bene Cage, magari con qualche episodio sing along: “f******k!”.