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La prima metà di Snowpiercer si era caratterizzata come una sorta di crime story inserita in un contesto distopico, puntando molto sul lato poliziesco e poco sull’introspezione sociale. Una scelta che, come abbiamo visto nella recensione dei primi cinque episodi, aveva i suoi pro e i suoi contro ma che sicuramente esulava dallo spirito del film del 2013 da cui la serie Netflix, ideata da Graeme Manson e Josh Friedmann e che vede tra i produttori esecutivi Bong Joon-ho, è tratta. La seconda parte di stagione cambia parzialmente il registro inizialmente proposto, abbandonando il lato crime per addentrarsi nella vera e propria rivoluzione che bolle all’interno dello Snowpiercer. Una direzione che – dopo una prima parte preparatoria – riporta lo spettatore verso l’essenza originaria dell’opera, pur senza mai raggiungere lo spessore del film e perdendo in parte l’occasione di sfruttare al meglio le potenzialità del prodotto seriale.

Snowpiercer non ha la forza del film da cui è tratta ma riesce a presentare le contrastanti condizioni sociali presenti nel treno in cui è ambientata

snowpiercer

La base della serie – nonostante le sostanziali differenze tra i personaggi e nello sviluppo – è la medesima del film, prevedendo la nascita di una rivoluzione pianificata nella coda (qui il Fondo), dove risiedono i clandestini saliti a bordo senza biglietto, e rivolta contro la testa, con l’intento di riequilibrare i rapporti tra le classi di cui si costituiscono le 1001 carrozze che compongono il treno. La costruzione dell’azione rivoluzionaria, come detto inizialmente, diventa predominante nella seconda parte di stagione, superando gli aspetti da detective movie e sviscerando così una maggiore attenzione verso la dialettica di classe, rispetto a quanto mostrato nei primi episodi. Lo show conta su un allungamento dei tempi proprio del prodotto seriale, rinunciando così a quel ritmo frenetico che caratterizzava il film, a favore di un’esplorazione più definita di alcuni ambienti che compongono il convoglio. Le scenografie sono costruite con una certa cura che ne valorizza le differenze e i contrasti tra le diverse estrazioni, facendo del lato estetico un pregio che diviene non mero orpello ma sostanza del messaggio che si vuole trasmettere.

La serie però non ha la stessa rabbia e sete di denuncia di cui era pregno il film di Bong Joon-ho e, pur riuscendo comunque a trasmettere un suo impianto valoriale, non sferra dei colpi così ben assestati come accadeva con la pellicola. Vengono quindi in parte disattese le altissime aspettative rivolte nei suoi confronti dopo il suo annuncio, nate dalla speranza che le caratteristiche della serialità potessero invece ulteriormente approfondire e sviluppare il ragionamento sociale (e di denuncia) alla base di Snowpiercer.

Snowpiercer si regge in buona parte sull’ottima Jennifer Connelly e sul suo personaggio

Tuttavia l’intrattenimento funziona bene e il cambio di rotta della seconda parte permette di avere un prodotto sufficientemente appagante, evitando il rischio di una ridondanza nella prosecuzione del carattere poliziesco della vicenda. Gli episodi scorrono in maniera fluida e il coinvolgimento è garantito, complice la scelta di puntare più sulla spettacolarizzazione che sull’introspezione. Ciò non vuol dire che manchino dei passaggi di maggiore spessore, sono difatti presenti momenti dove davvero emerge un discorso coerente sulle diseguaglianze. Il limite sta però nel non aver definito a sufficienza i personaggi, un aspetto che poteva essere meglio curato, permettendo così una maggiore immedesimazione tra spettatore e protagonisti. Layton come traino della storia ha luci ed ombre, con un phisique du role convincente ma una personalità altalenante, mentre la vera eccezione – confermando le prime impressioni – è rappresentata da Melanie Cavill, un personaggio davvero ben strutturato e delineato, che incarna in sé (e porta sulle sue spalle) tutta l’essenza di Snowpiercer. È attraverso di lei, e con la grande interpretazione di Jennifer Connelly, che si riesce ad apprezzare un valido ragionamento sul ruolo del potere e sul dualismo tra volontà personale e ricerca del bene superiore, in una complessità che se non fosse per lei sfumerebbe eccessivamente in favore del lato action.

La serie è un buon prodotto d’intrattenimento, che sa porre delle riflessioni ma con dei limiti che possono essere migliorati nella seconda stagione

snowpiercer

Il simbolismo sociale e la trattazione del tema della leadership  e della rappresentanza sono presenti ma vengono un po’ semplificati, inserendo alcuni orpelli sentimentali superflui che rappresentano probabilmente la maggiore debolezza della sceneggiatura. Ciò nonostante Snowpiercer è un prodotto che procede in crescendo e pone delle basi potenzialmente interessanti per una seconda stagione, pressoché scontata dopo il cliffhanger posto a conclusione della prima. È una serie d’intrattenimento con alcune contraddizioni ma che sa prendere lo spettatore e trasportarlo nella folle vita del treno e del suo incessante movimento. Prescindendo dal confronto con il film e riponendo la speranza in un proseguo che approfondisca ulteriormente ciò che sinora è rimasto al margine – dando così attuazione al potenziale non espresso – possiamo affermare che Snowpiercer è un lavoro sufficientemente soddisfacente, dove l’entertainment si fonde con la riflessione socio-politica, per quanto questo possa (e debba) fare ancora dei passi in più per un compimento definitivo.

I primi due episodi di Snowpiercer sono stati rilasciati su Netflix da lunedì 25 maggio. Il resto della stagione è stato reso disponibile con un episodio ogni settimana, con l’ultima puntata in onda lunedì 20 luglio 2020.

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