Sheel: recensione della serie Netflix

Sakshi Tanwar è il fiore all'occhiello di una serie che non convince pienamente.

Una madre e il suo dolore. Un lutto da accettare e un mistero da risolvere. Narra questo Sheel, la serie Netflix di Atul Mongia, entrata nel catalogo il 15 aprile 2022, composta da 6 episodi. Sakshi Tanwar interpreta la protagonista, Sheel, appunto, la mamma-vendicatrice che deve/vuole trovare chi ha ucciso sua figlia; sembra solo un terribile e tragico caso: un veicolo investe la figlia, ma una mamma sa sempre la verità, quello non è stato un incidente ma un omicidio in piena regola. La polizia intanto arresta l’autista e lo condanna per guida in stato di ebbrezza, ma la donna inizia ad indagare seguendo la moglie e il figlio dell’autista. Serviranno sei episodi per capire chi è il colpevole e per farlo Sheel dovrà mettere da parte sé stessa, la sua vita e la sua famiglia. Una domanda si fa strada dunque: cosa sei disposto a perdere quando ormai hai già perso tutto?  

Sheel: una madre lo sa

Sono tutti in casa, Sheel e la sua famiglia stanno festeggiando il compleanno del nipote, l’unica a mancare è Supriya, la giovane figlia di Sheel, muta, ma non sorda, come la ragazza stessa sottolinea, è una dottoressa. Arriva infastidita, con la testa sembra da un’altra parte, forse sta pensando a qualcosa che la tormenta. Una madre sa quando le cose non vanno bene, riconosce i segni di quando il proprio figlio è preoccupato per qualcosa e così, nel momento in cui Supriya esce di casa, la segue per chiederle cosa stia succedendo. Comincia a raccontare qualcosa attraverso il linguaggio dei segni ma prima che possa esprimersi completamente un camion colpisce la ragazza uccidendola sul colpo davanti a Sheel, impotente e sotto shock. Questo evento inevitabilmente turberebbe e spezzerebbe qualunque madre, Sheel non è da meno, ma si intestardisce nel voler trovare il colpevole della morte della figlia. Vive per questo, indaga e indaga ancora, cerca capri espiatori e pur di avere aiuto inizia ad “avere rapporti” con due scagnozzi di quello che lei crede essere il nemico. Insegue, pedina, chiede e così viene meno una certa immagine di madre dolente per lasciare il posto ad una guerriera, una killer che può anche far del male per sapere la verità.

Sheel lavora come infermiera per la signora Kusum Vyas, l’anziana madre di Jawahar Vyas – politico con le mani in pasta in loschi affari -, a Geeta Bhavan, una casa di riposo. Quando viene a sapere che il figlio del camionista che ha investito sua figlia è stato ammesso in un costoso collegio a metà anno scolastico e che Jawahar Vyas potrebbe essere responsabile di questo aiuto, si convince che dietro la morte della figlia c’è qualcosa di più.

Sheel: una storia che si poggia completamente sulla sua interprete

Per cercare il colpevole della morte di sua figlia, Sheel mette da parte ogni cosa, il rapporto con il marito, Yash, buono, remissivo, silenzioso, forse troppo, il lavoro – è infermiera in una clinica -, sé stessa perché c’è qualcosa di più importante. Il matrimonio con Yash (Vivek Mushran) è ciò che risente maggiormente dei cambiamenti di Sheel; vivono in maniera differente il lutto, hanno bisogno di cose differenti per sopravvivere, piangono la figlia ciascuno a modo proprio, sembrano non capirsi, non parlare la stessa lingua, versano lacrime ma mai l’uno di fronte all’altro, mai appoggiandosi l’uno all’altra. Mentre Yash sceglie di ignorare la propria sofferenza tenendosi impegnato in qualsiasi modo, lavorando in farmacia e anche aiutando una vicina nei lavori elettrici, con cui condivide l’amore per il tedesco, Sheel è impegnata nelle indagini e inizia a capire che i nemici sono molto più vicino di quanto possa immaginare.

La donna affonda le mani nel ventre molle della “verità”, a poco a poco, entra in un tunnel da cui è quasi impossibile uscire perché ad ogni strada imboccata sbagliata ce ne sono altre che potrebbero portare a quella giusta. Molto spesso si trova ad un bivio e altrettanto spesso compie passi falsi perché deve agire velocemente, senza pensare troppo, e nella sua mente solo una parola rimbomba: vendicarsi. Inconsapevolmente, viene trascinata negli inferi dalla famiglia Vyas e dai loro rapporti con la criminalità, nei cui ingranaggi sua figlia potrebbe essere stata coinvolta e travolta. Si sporca le mani e non ha paura di farlo, lo fa con gli uomini di Vyas, decide di mettere all’angolo Neelam, l’amante di Jawahar, diventando di volta in volta sempre più spietata.

La serie si muove lentamente mostrando la sua struttura labirintica,  struttura traballante a volte e basta un gesto di Sheel per far cadere ogni cosa. La performance di Tanwar è uno dei punti forti dello show, deve interpretare da una parte il ruolo della madre stanca del mondo e tormentata, sottomessa alla famiglia di suo cognato, con una situazione finanziaria di gran lunga migliore della sua e di suo marito, dall’altra la madre che, come una virago, si vendica con chi tace, con chi tradisce, con chi lei pensa abbia fatto del male a sua figlia. Il racconto si trasforma con lei che si fa madre determinata ad avere giustizia, consapevole che la legge non è in grado di aiutarla, anzi insabbia ciò che invece dovrebbe essere portato a galla. Sheel, grazie alla sua intraprendenza, alla sua determinazione, a tratti fin troppo – tanto che lo spettatore deve mettere da parte la razionalità per quanto lei sembri prontissima ad agire come una che ha già dialogato con la criminalità organizzata -, si getta nella mischia e, nonostante la sua inesperienza, naviga a vele spiegate in un mare di violenza e di sangue.

Una serie che non convince a pieno

Il tono di Sheel, thriller poliziesco indiano, è cupo, opprimente, teso, si sente la cappa del dolore e della rabbia della protagonista, si percepisce chiaramente l’oscurità violenta entro cui lei è rimasta intrappolata, la stessa delle strade vuote e dei vicoli della mezzanotte di Lucknow. Atul Mongia cerca di immergere lo spettatore nella tragedia di Sheel, mostrando anche i suoi passi falsi, i suoi errori di valutazione mentre cerca di intrappolare Neelam, attuale capo dell’organizzazione. Qui, gli sbagli sono causati dalla paura di Sheel ed anche dalla sua frustrazione, quando si sente sola, isolata, non capita, agisce non collegando il cervello al resto del corpo. La serie risulta riuscita quando si concentra su Sheel e sulla sua famiglia, su come a poco a poco perda di umanità perché il suo pensiero è uno – avere giustizia -, lo è invece meno quando si tenta di esplorare la criminalità organizzata. 

Regia - 3
Sceneggiatura - 2.5
Fotografia - 3
Recitazione - 3
Sonoro - 3
Emozione - 3

2.9

Tags: Netflix