voto del pubblico 3.7/5
voto finale 3.0/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Una ragazza e suo padre. Lei e la sua solitudine, lei e il padre lontano. Parte da qui My Name, la serie di 8 episodi di Kim Jin-min, regista di Orgoglio e pregiudizio (2004). Presentato al Busan International Film Festival in Corea del Sud, la serie è un thriller poliziesco, interpretato da Han So-hee. Questa è una storia di sangue e sudore, di rabbia e violenza, con al centro una ragazzina che si vendica.

My Name: una storia di vendetta e d’amore

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My name è un k-drama che narra di Jiwoo (Han So-hee), una ragazzina che sembra timida, insicura, che è sola al mondo, ma che poi sa diventare una macchina da guerra. Nell’incipit lo spettatore incontra una persona bullizzata da una compagna e a causa del padre è costretta a stare da sola il giorno del suo compleanno ma poi tutto cambia. La sua vita è questa da quando il padre è sparito nel nulla ed è un ricercato, per questo in classe è conosciuta come “la figlia dello spacciatore”, è tenuta sotto osservazione costantemente dalla polizia locale, insomma una vita difficile per una ragazzina. La situazione peggiora quando sul suo banco, la carnefice mette una busta con dentro qualcosa che sembra cocaina per prenderla in giro. La protagonista si ribella e viene richiamata dalla preside. La fine è una sola: Ji Woo lascia la scuola, sentendosi per l’ennesima volta vittima, reietta, emarginata.

My Name racconta però soprattutto l’amore di una figlia per il proprio padre, il dolore per la sua perdita e il desiderio di vendetta. La ragazza torna a casa e litiga ferocemente al telefono con il padre, Yoon Dong-hoon in un dialogo che le resterà per sempre nel cuore.
“Per me sei morto. Non tornare”. Queste parole. dette in un momento di rabbia, sono una triste anticipazione di ciò che poi accadrà. Il padre sentendo quelle frasi dure, disperate della figlia, decide di tornare a casa, sapendo che questo per lui sarebbe potuto significare essere in pericolo, e in una tragica scena lo spettatore, insieme a Jiwoo, assiste alla morte di suo padre, evento che cambierà per sempre la sua vita, motore dell’azione, ragione per tutte le sue scelte.
La narrazione parte da questo punto: la porta chiusa a chiave, lei che guarda dallo spioncino, le parole dell’uno e quelle dell’altra. Uno sparo. Il padre blocca con il proprio corpo la porta affinché non accada niente alla propria figlia, le ultime parole, toccanti e commosse. L’uomo viene brutalmente assassinato da una figura incappucciata e con le mani ancora sporche del sangue di suo padre, Jiwoo decide di cercare il colpevole.

Il centro della storia è la sua protagonista

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Chi ha ucciso mio padre?

La scopo della vita di Jiwoo è uno solo: scoprire chi ha ucciso suo padre e questo vuol dire sporcarsi le mani, scendere negli inferi. L’unica possibilità sembra essere quella di chiedere aiuto a Choi Moo-jin (Park Hee-Soon), quasi un fratello per suo padre, uno dei boss più grandi nel giro della droga e lui le offre un posto nella “scuola” in cui gli uomini della sua gang si allenano per prepararla al combattimento corpo a corpo. Scopre lì un mondo misogino e sessista, lì viene molestata, maltrattata ma riesce comunque a lottare – e forse proprio per questo gli altri mal sopportano di essere messi al tappeto da una ragazzina. Quando due dei suoi compagni tentano di violentarla, Choi Moo-jin decide di allontanare la ragazza e di farla entrare, grazie alle sue conoscenze, nelle forze di polizia. Dopo cinque anni di duro allenamento, Jiwoo entra a far parte della squadra narcotici del dipartimento di Jinchang, così potrà indagare ancora sulla morte di suo padre. La sua vita è completamente un’altra, di nuovo la sua esistenza cambia verso: cambia nome, cambia “faccia”. Questo nuovo “inizio” non sarà facile soprattutto quando le due identità di Jiwoo rischieranno di entrare in collisione.

Tutta la storia si regge sul corpo e sul viso di Han So-hee, sul suo personaggio forte e coraggioso. Lei è delicata, minuta almeno all’apparenza ma dentro è una roccia, è determinata e coraggiosa. È un personaggio che vive di contrasti, da una parte il corpo, dall’altra il carattere, da una parte l’aspetto dall’altra gli occhi spietati e rabbiosi che vivono nel ricordo del padre. La sua vita è una caduta libera in un abisso di sangue, ferocia e risentimento, non c’è mai respiro né salvezza per lei e a sostenere la storia c’è il ritmo veloce che non lascia in pace. L’azione di My Name è serrata, ritmata, non dà un attimo di respiro. La protagonista è fredda, razionale nonostante sia infusa e piena di rancore e voglia di vendetta, vive come tutti gli altri personaggi di reazioni estreme, abitata da violenza e odio.

My Name: una serie di vendetta al femminile che colpisce ma che lascia anche qualche dubbio

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My Name è interessante perché il punto di vista è femminile, solitamente nei k-drama di vendetta il punto di vista invece è maschile. La serie, nonostante qualche lentezza di troppo, riesce a colpire soprattutto per la sua protagonista e per i vari colpi di scena.