Màkari 2: recensione finale della fiction Rai tratta dai romanzi di Savatteri

La seconda stagione di Màkari dimostra la volontà di emanciparsi dallo standard della fiction all'italiana, soprattutto con una scrittura fresca e una regia interessante. 

La Sicilia, un’isola fiera e umile, colorata per natura, abiti e usanze. Una terra solcata da storia, contraddizioni, stereotipi e cattiva sorte, quella della malavita. Luci e ombre di un luogo che guarda al futuro vengono catturate da Michele Soavi nella seconda stagione di Màkari, la fiction di Rai 1 tratta dai romanzi di Gaetano Savatteri. Se la prima stagione aveva convinto il pubblico italiano fin dai primi minuti, questa volta la serie ha avuto bisogno del suo tempo. Dopo un episodio claudicante, Màkari si è ripresa con una narrazione fresca e divertente, volgendo il proprio sguardo all’attualità attraverso i dilemmi di Saverio Lamanna (Claudio Gioè). È al protagonista che la serie affida il compito di raccontare l’Italia di oggi e di ieri. Lo scrittore investigatore di Savatteri è spaccato a metà nell’animo, confuso e sempre più “camurriusu”. Lamanna stenta a trovare il proprio posto, si isola e allo stesso tempo cerca conforto nelle persone care. Tutti vanno avanti, compresa la Suleima di Ester Pantano, ma lui vive ora di gelosie.

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Nella seconda stagione di Màkari vediamo volare computer come dischi alle Olimpiadi, lingerie cadere a terra maliziose e un vasto assortimento di t-shirt discutibili. Ma ciò che caratterizza la serie è la scia di sangue che segue Lamanna, un po’ come la carta igienica all’uscito da un bagno pubblico. La sfida con Don Matteo e la signora in giallo è accesissima. I casi, tuttavia, non sono mai fini a sé stessi, ma intrecciano con la quotidianità uno stretto legame. Perché Màkari, più della stagione precedente, punta ad una narrazione quasi didattica, con un taglio che potremmo definire documentaristico. I suoni dell’isola tornano preponderanti in un montaggio sonoro che ci riporta subito all’estate, facendoci rimpiangere di non essere sdraiati al sole con un cocktail in mano. Non tutto è perfetto nella fiction di Soavi e alcuni difetti ne abbassano la qualità, ma sono molti i pregi che ci fanno amare le (dis)avventure di Saverio e Piccionello.

Màkari e la frustrazione di Saverio Lamanna nella seconda stagione

Màkari 2 - Cinematographe.it

Lo stampo narrativo della seconda stagione di Màkari segue la formula vincente dell’anno scorso, con una storia orizzontale incentrata sulla vita amorosa e lavorativa di Saverio e le varie storie verticali incentrate sui casi d’omicidio. Ognuna di quest’ultime è autoconclusiva e va a indagare i vari aspetti della Sicilia. Le puntate vanno a scandagliare il fondale siciliano, dal mistero dell’archeologo alle associazioni antimafia fino ad arrivare alle aspettative dei giovani con un delitto inaspettato. A tal proposito, il terzo episodio si configura come il migliore della stagione, quello in cui viene incanalata tutta la volontà e soprattutto il messaggio della serie: superare le barriere e guardare al futuro. Anche la relazione tra Saverio e Suleima viene osservata in tale ottica. I due devono affrontare un ampio divario d’età e visioni inizialmente differenti. Piccionello funge invece da collante tra il vecchio e il nuovo, il più propenso ad accettare la novità e allo stesso tempo a tener fede della tradizione.

Saverio, in questa stagione di Màkari, è come un Hobbit di Tolkien, vorrebbe rimanere rintanato nella propria tana, noncurante dei problemi della gente alta al di fuori della Contea. Il suo animo si fa sempre più scontroso, solitario, affronta una profonda crisi d’identità, accentuata dalla gelosia verso Teodoro e dall’astio verso le nuove forme di comunicazione che ne minano il lavoro. Non a caso è proprio il suo editore ad abbandonarlo a più riprese per maggiori fonti di reddito. È qui che entra in gioco la parodia dei Me contro Te: Gnogno e Chicca. I due sono youtuber che, con ironia, ricalcano parlata e sketch del famoso gruppo. Lamanna deve combattere con il nuovo ordine sociale del web per trovare il proprio posto: Rifiuta anche il vecchio lavoro pur di stare con Suleima; “è per amore che si perde il senno”. A Saverio quella vita va ormai stretta, ma allo stesso tempo non riesce ad uscire da questa impasse. Sarà il contatto con i giovani della Casa del sole a dare nuova linfa vitale allo scrittore.

Michele Soavi e una regia bramosa di sovvertire gli standard della fiction

Màkari 2 - Cinematographe.it

Parlavamo di alcuni errori e sono i medesimi della prima stagione. Il primo degli aspetti a farci storcere il naso sono le comparse, in alcuni casi gli stessi protagonisti secondari delle indagini. Non è un elemento da poco, perché va in netto contrasto con la qualità del resto. Màkari è una fiction scenograficamente d’effetto, abitata da personaggi tanto stravaganti quanto divertenti e ben costruiti. Alcune scene perdono così di pathos, suggestione, drammaticità ed erotismo. Claudio Gioè è bravissimo, ma non può reggere sulle proprie spalle tutto quanto. Per fortuna, a controbilanciare la recitazione delle comparse, troviamo la Sicilia vista attraverso gli occhi di Soavi. Le riprese da spot turistico, quasi da cartolina, del primo episodio tornano ad essere, nei restanti due, parte integrante del racconto. Principalmente in quei momenti in un cui il paesaggio si fa metafora di viaggio, emozioni e sentimenti. Citiamo soltanto la ripresa in notturna del golfo di Macari, simbolo del ritorno a casa dei protagonisti.

Altro fattore degno di nota è il finale delle puntate, non dissimile dallo svelamento del mistero in Scooby-Doo; e sì, abbiamo in mente proprio il meme del finto fantasma. Per quanto riguarda invece la regia, le riprese di Soavi sono sempre sul pezzo, seguono lo standard della fiction Rai con qualche guizzo in più. Il regista ha delle idee stupende, osservabili in piccole riprese davvero suggestive che tuttavia si esauriscono troppo in fretta o proseguono in modo totalmente diverso; un aspetto già osservato nella stagione precedente. La nostra è una semplice e soggettiva osservazione estetica, dipesa dalla consapevolezza delle capacità di Soavi. Il regista non sembra lasciarsi trasportare dall’istinto. Non sappiamo se tale aspetto sia dipeso da una volontà produttiva, ma dimostra una certa autorialità di Soavi che brama d’esser vista. Al di là dell’estro (soppresso?) di Soavi, le scene proseguono comunque in piacevoli risvolti, come ad esempio il finale del secondo episodio.

Màkari 2 - Cinematographe.it

Tornando alla storia, la sceneggiatura è questa volta carica di riferimenti alla cultura pop, segnalando una certa freschezza nei dialoghi. Màkari punta all’emancipazione, al travalicare quei canoni che hanno definito la fiction negli ultimi anni. Lo fa puntando tutto su un protagonista umano, spaccato e alla ricerca di sé stesso. Saverio Lamanna è quasi un investigatore anni ’80, disilluso e inasprito dal passato, ma in lui brilla ancora la volontà di essere. Le persone intorno a lui danno forma a questo percorso, da Piccionello a Suleima. Màkari funge così da spartiacque, un prodotto a cavallo tra prima e dopo. Come dicevamo non tutto è perfetto, ma sono piccoli inciampi che non minano la totalità del prodotto. La serie è ancora fortemente legata allo stampo della fiction italiana, e si auspica quel salto qualitativo che la conduca allo stesso livello di altre opere targate Palomar; lasciate Michele Soavi a briglia sciolta. Detto ciò, non vediamo l’ora di tornare a Macari per un nuovo ciclo di episodi.

Regia - 4
Sceneggiatura - 3
Fotografia - 3
Recitazione - 3
Sonoro - 4.5
Emozione - 3.5

3.5

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