La casa di carta: Corea. recensione della serie Netflix

L’ora è giunta; è arrivato il momento di La casa di carta: Corea, remake asiatico di La casa di carta – creato da Álex Pina -, uno dei titoli più visti di Netflix che sbarca sulla piattaforma il 24 giugno 2022 con la prima parte in sei episodi, prodotta dalla Corea del Sud, madre anche del k-drama più famoso nel mondo Squid Game. La storia alla base della serie ovviamente non cambia: una banda di ladri, provenienti dalla Corea del Nord e del Sud, e guidata dal Professore, vuole mettere a segno un colpo storico: derubare fino all’ultimo soldo lo stato, qui non si tratta però della Zecca, ma della fabbrica della nuova valuta comune, situata nell’Area di sicurezza congiunta al confine tra le due Coree. Il colpo è stato pianificato in ogni piccolo dettaglio nei cinque mesi precedenti e costringe la polizia dei due Paesi a cooperare e a unire le forze per fermare i banditi. Ryoo Yong-jae e Kim Hong-sun, sceneggiatore e regista, hanno un duro compito: bissare il successo di uno dei più grandi titoli del colosso e per farlo, partendo dall’idea di partenza brillante, lavora sull’unicità della cultura e della storia coreana e mette in campo una feroce critica sociale grazie all’heist movie.

La casa di carta: Corea. La storia di una rivincita sociale

Il Professore (Yoo Ji-tae), un pacato e, almeno all’inizio e all’apparenza, lucido stratega, ha messo a punto un piano sulla carta perfetto, ipotizzando ogni possibilità, ogni evento contrario al “giusto” corso delle cose, ha analizzato, studiato, costruito ogni “potenzialità” del caso, degli avvenimenti, legati alla pluralità degli individui, tutto questo per appropriarsi di un bottino da quattro miliardi di won (circa 2.900.000.000 di euro). Per farlo sceglie un gruppo di uomini e donne, un manipolo di disperati, poveri in canna, degli ultimi in una società ben costruita e organizzata ma che porta insita la disuguaglianza: il giovane hacker Rio (Lee Hyun-woo), le guardie Oslo (Lee Kyu-ho) e Helsinki, la truffatrice Nairobi (Jang Yoon-ju), lo scassinatore Mosca (Lee Won-jong) e suo figlio Denver (Kim Ji-hun) e poi Tokyo (Jun Jong-seo) e Berlino (Park Hae-soo). I nomi sono stati individuati da ciascun ladro proprio come nell’opera originale, guardando su un mappamondo, indicando il luogo in cui avrebbero voluto andare con le tasche piene di soldi.

Evidentemente la Spagna e la Corea hanno temperie culturale, società, politica e moneta differenti e inevitabilmente questi elementi non possono che modificare la trama, piegarne contenuto e senso, nonostante la maggior parte della serie sia aderente a La casa di carta spagnola. Certo, la linea guida è quella ma Ryoo Yong-jae fa un lavoro al millimetro, di cesellatura consegnando un’opera che sarebbe potuta essere una brutta copia dell’originale senza motivo di esistere. La serie è ambientata nel 2025 e riproduce uno scenario immaginario in cui Corea del Nord e Corea del Sud si sono unite ed è questa realtà che racconta Tokyo, voce narrante anche qui. In questo momento l’economia sta lavorando su nuovi modelli che come sempre accade ha ampliato la forbice, i ricchi sono ancora più ricchi, i poveri ancora più poveri, e ancora quella del Professore è, di più, una vera e propria rivincita sociale in cui riecheggia la feroce satira sociale che Bong Joon-ho ha fatto con Parasite.

Tokyo arriva dalla Corea del Nord, ascolta i BTS di nascosto ed è stata costretta ad arruolarsi, diventa una combattente incredibile, ma finisce per essere invischiata in un giro di escort nordcoreane dal quale fugge dopo essersi ribellata al suo protettore. Anche qui come nell’originale si racconta di un mondo maschilista, che usa e abusa di queste donne, spesso vittime inconsapevoli di un sistema di cui sono ai margini.

Una nuova maschera per raccontare un mondo diverso

La casa di carta: Corea è la serie che già conosciamo eppure è anche diversa, si sa quanto siano profondi, radicati, interiorizzati ideali politici, economici e sociali, ad essere differente è anche la maschera, punto nevralgico dell’originale, la banda ne indossa una ispirata alla tradizione coreana Hoebe – simbolo del personaggio ricco e stupido –, come fanno parte di questa tradizione anche alcuni personaggi secondari: il capo meschino e sfruttatore, se possibile ancora più insopportabile dell’Arturo dell’originale, il politico corrotto e bugiardo, solo per citarne alcuni.

La banda si nasconde e quel volto privato dei tratti individuali deve assurgere a simbolo di una guerra, di un’infinità di promesse in cui il “pubblico”/popolo deve rivedersi: il sogno di una vita migliore per tutti, un mondo più giusto in cui non ci siano solo pochi a potersi permettere di esistere ma tutti. Il popolo che c’è fuori, l’opinione pubblica continuano ad essere centro di tutto, i ladri devono conquistare, devono farli sentire meno soli, alla fine sono fatti della stessa pasta, sono spinti dagli stessi bisogni e desideri. “Nessun ostaggio deve morire” è uno dei punti cardine del loro progetto perché altrimenti la gente non si fiderebbe più di loro, la banda non è come tutti gli altri, questo si scontra con l’ideale “bellico” di Berlino: gli ostaggi devono avere paura così hanno rispetto.

Sono i personaggi ad essere, nonostante tutto, molto diversi: sarà l’allure che hanno, sono più ambigui e sfuggenti, più imperscrutabili e doppiogiochisti, e le loro interpretazioni sono necessarie per comprendere fino in fondo la natura del racconto. 

La casa di carta: Corea. Una serie con un impianto narrativo solido

Dopo le spiegazioni di Tokyo, la narratrice ci conduce nel mondo di Gyosu (il Professore) e immerge il pubblico nelle storie dell’uomo e del suo gruppo. Ciascuno ha il proprio vissuto e il proprio carattere e ognuno porta il suo “talento” per mettere a segno il colpo e così cambiare il corso dell’esistenza proprio e della Corea. Di episodio in episodio La casa di carta: Corea costruisce un impianto narrativo solido che mostra i vari piani del racconto che si incastrano gli uni agli altri da una parte i flashback, dall’altra ciò che succede dentro la banca e il rapporto tra banda e ostaggi, e infine la polizia che tenta di salvare il salvabile (tra loro c’è Seon Woo-jin, l’esperta in negoziazioni, la Raquel Murillo/Lisbona che fa innamorare il Professore). Gli episodi tesi raccontano i minuti passati lì dentro, i rapporti tra ostaggi e banditi, tra quelli della Corea del Nord e quelli della Corea del Sud, nascono relazioni, emozioni e sentimenti dentro a quelle quattro mura si fanno più intensi e immediati. 

La casa di carta: Corea. 6 nuovi episodi che raccontano qualcosa in più

La casa di carta: Corea è un buon remake che riesce a trovare in una storia già scritta, diventata cult, una propria identità, grazie ad un forte impronta sociale, culturale e politica ed è questo a sostenere il prodotto. Rapina, situazioni sono simili ovviamente ma vivono di luce nuova anche grazie ad un cast, selezionato con intelligenza – molti degli attori sono noti in occidente – e scelte narrative proprie dello show coreano. Viene usato molto meno il flashback, elemento cardine e quasi costante nell’originale, la relazione tra l’ispettrice e il Professore e infine situazioni utili a portare avanti il racconto. Molto interessante anche il fatto che la serie non si appoggia ai network locali e dunque ha una maggiore libertà e può rompere alcuni schemi tipici del k-drama, esce dai codici, dalle regole dalla censura che limitano la rappresentazione di contenuti vietati ai minori. Insomma La casa di carta: Corea ci mostra che un remake intelligente, che aggiunge invece che copiare, è possibile.

Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione

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