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Ritchie (Olly Alexander), Roscoe (Omari Douglas), Colin (Callum Scott Howells), sono amici, sono giovanissimi, vivono in una città che sembra pronta ad accoglierli. L’appartamento in cui vivono, soprannominato “Pink Palace”, è il luogo in cui si incontrano, organizzano feste, mangiano e amano. Fuori da casa loro, le cose però accadono, gigantesche e spaventose; dall’America giungono notizie terribili e inquietanti, le prime voci sulla diffusione di un virus: l’Hiv. Se inizialmente tutto sembra lontano, nel corso degli episodi i personaggi si rendono conto che anche l’Inghilterra sta per affrontare una delle emergenze sanitarie più dolorose e infauste del 900. Racconta le vite di questi ragazzi It’s a Sin, la serie creata da Russell T Davies che affronta un argomento complicato e difficile, ancora oggi: l’esplosione dell’Hiv negli anni ’80. La serie entra nel catalogo di StarzPlay (disponibile tramite la sua app ufficiale o all’interno di Amazon Prime Video con un supplemento mensile) dal 1° giugno 2021 con i suoi cinque episodi.

It’s a Sin: Davies ci racconta un’altra volta di un gruppo di amici che si sta scoprendo

Russell T. Davies è uno degli sceneggiatori più apprezzati e innovativi della scena britannica e non solo: è lui il padre di Queer as Folk, è lui ad aver rilanciato nel 2005 il revival di Doctor Who, ha lavorato a Torchwood, Cucumber (inedita in Italia) e Years and Years. Ha saputo sempre raccontare temi sociali, importanti che toccano chi vive certe situazioni ma anche chi ha a cuore la realtà sociale e culturale e per fare questo usa la sua storia, le vicende raccontante da chi gli sta intorno. It’s a Sin fa proprio questo, narra un’intera generazione, con i piccoli e grandi ricordi di Davies e dei suoi amici; la sensazione, fin da subito, è quella di partecipare a qualcosa di fondamentale, di assistere a ad uno spettacolo che tocca le corde più delicate in noi.

La miniserie si apre con l’arrivo in città di un gruppo di ragazzi. Ritchie giunge lì da Wight, l’isola in cui ha vissuto con la famiglia ed è cresciuto nascondendo la sua omosessualità, coltivando il sogno di diventare attore. Finge ancora, da lontano, di non essere omosessuale, per timore di deluderla e di fare i conti con il disprezzo. C’è poi Roscoe che fugge di casa visto che i suoi sono pronti a riportarlo in Jamaica per convertirlo alla “normalità”, fargli togliere gli abiti pieni di glitter e colori e “riportarlo sulla retta via”. C’è posto anche per Colin che lascia la madre per affrontare il mondo, tutto da solo, convinto che trovare lavoro in città, diventare indipendente emotivamente, economicamente avrebbe significato per lui trovare il proprio posto nel mondo e così la propria identità. Ci sono poi altri amici che condividono con loro ogni cosa: Ash (Nathaniel Curtis) e l’aspirante attrice Jill (Lydia West) che diventa compagna d’avventure, sodale sempre pronta ad accudire, aiutare e sostenere gli altri anche nei momenti più difficili e drammatici. Jill è noi che assistiamo ad una Morte di cui non capiamo ragioni, sintomi, agonie, è mamma con Ritchie, rivestendo il ruolo di quella su cui non ha mai potuto contare, diventa confidente di “Gloria” (David Carlyle) che le rivela paure, tormenti, tensioni. Jill cura come una Madonna contemporanea il suo primo amico ammalatosi, indossando guanti, disinfettandosi e lavandosi con tutta la cura e l’attenzione del caso, tacendo con tutti gli altri il calvario a cui partecipa.

Lei è anche attivista perché l’AIDS non è un problema solo dei gay, ma un problema sociale. I personaggi, ciascuno con la propria personalità, indole, sensibilità crescono, maturano, scoprono la propria identità e riescono a trovare il proprio equilibrio.

It's a Sin_Cinematographe.itIt’s a Sin: il racconto dell’esplosione dell’HIV

It’s a Sin immerge queste storie in un momento preciso, gli anni ’80, periodo in cui quella generazione ha vissuto in prima persona l’epidemia di Hiv, momento in cui tutto era ancora da scoprire, quando si pensava che la malattia riguardasse/colpisse solo omosessuali, transessuali, lesbiche e tossicodipendenti. Una colpa per una vita dissoluta, un castigo. Gli anni sono quelli dal 1981 al 1991. Gli amici spariscono come se niente fosse, la persone infette vengono rinchiuse in reparti d’ospedale lontani dagli altri perché possibili portatori di una malattia infettiva. L’Aids cambia il mondo, i rapporti umani e sessuali, il punto di vista sulle cose: dovranno prendere coscienza del pericolo, combattere contro la diffidenza di chi emargina i gay e l’ignoranza di chi crede che riguardi solo la comunità omosessuale, scoprire e riscoprire se stessi.

Il primo contagiato è proprio uno dei loro amici: all’improvviso la malattia lo ha corroso dal di dentro, un organo alla volta, complicazioni su complicazioni che lo hanno portata ad una morte lenta e dolorosa. Da vivere una vita normale ad essere un fantasma. L’HIV è un mostro imprevedibile da cui non ci si può salvare e poi c’è un altro mostro forse ancora più pericoloso e tossico la società che emargina omosessuali, lesbiche, transessuali e tossicodipendenti, li discrimina, li addita e etichetta come “lebbrosi” da temere e da evitare – pensiamo al trattamento riservato dallo Stato nei confronti di chi scopre di essere ammalato e viene allontanato da chi ama, gli viene fatto credere di essere dimenticato, cancellato.

It's a Sin_Cinematographe.itIt’s a Sin: una parabola lancinante e umanissima

It’s a Sin si fa documento fondamentale raccontando storie relativamente recenti che lacerano e lasciano turbati. Stringe il cuore assistere ai funerali dei malati bruciati nel giardino di casa con tutti i loro effetti personali per timore di un contagio, come a voler cancellare qualcuno che rappresenta un’onta; è doloroso immaginare la paura profonda con cui questi giovani uomini e donne hanno vissuto, spaventati dalla malattia e terrorizzati da un mondo che non li supporta e non li tutela.

Le vite di Ritchie, Roscoe e Colin proseguono prima quasi nella normalità, poi nella negazione, nel terrore e infine nel dramma più profondo. L’Hiv strappa loro amici che spariscono in un buco nero di menzogne, rivelazioni, un piccolo universo fatto di quattro mura, un letto d’ospedale e tubicini che tentano di sanare ciò che all’epoca era insanabile. Li costringe a perlustrare i loro corpi per notare i segni di un male di cui ancora si sa troppo poco, li fa essere guardinghi perché la medicina non è in grado di dare tutte le risposte di cui hanno bisogno. La malattia diventa compagna crudele e spietata di questi personaggi e penetra nel gruppo portandosi via alcuni di loro. Poco importa la vita sessuale che si conduce, se si hanno un solo o tanti amanti, se ci si informa o se si nega l’esistenza dell’Hiv, poco importa, perché se deve colpire, colpisce spietata. It’s a Sin accompagna gli spettatori in una parabola che è lancinante e umanissima in cui di episodio in episodio ci si commuove squarciandoci in mille pezzi.

It's a Sin_Cinematographe.itIt’s a Sin: un racconto di crescita commovente e struggente

It’s a Sin riesce a raccontare una storia dura, difficile da accettare perché la morte è sempre qualcosa di insopportabile, incomprensibile e ingestibile, ma rende tutto più digeribile narrando anche la storia di un’amicizia. Davies scrive benissimo di emozioni, parla di dolore, ma anche di amore, di accettazione di sé e di ricerca della propria identità. It’s a Sin è un coming of age molto riuscito, struggente e commovente, un inno alla gioia che sa anche essere ironico, un racconto che si rivolge a tutti perché amore, morte, amicizia e libertà sono valori, sentimenti che riguardano tutti. Tutto è giusto, scrittura, interpreti, colonna sonora, ogni cosa punta a colpire dritto a stomaco e a cuore, lasciando lo spettatore un po’ più vuoto ma anche profondamente pieno d’amore. Un testo come questo è talmente importante da riuscire a portare ad un aumento dei test dell’HIV, ricordando ancora una volta di quanto sia importante proteggere sé stessi e gli altri.