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Che cinema e televisione continuino ormai a contaminarsi a vicenda non è un mistero: da anni sono sempre più gli esperimenti volti a dare al cinema un aspetto più seriale e, viceversa, alla televisione un tono più cinematografico. Tra questi, e tra i più coraggiosi di questi, c’è Into the Dark, serie antologica targata Hulu in Italia dal 20 luglio su RaiPlay.

Prodotta da Tevin Adelman e Scott Fort, la prima grande particolarità di Into the Dark sta nel suo formato: la prima stagione è composta da dodici episodi della durata di circa un’ora e mezza ciascuno, distribuiti negli Stati Uniti con cadenza mensile a partire dall’ottobre del 2018. Il dettaglio è importante, perché ognuno degli episodi della serie ha come protagonista una festività del mese in cui è uscito. E così il primo episodio è ambientato la sera di Halloween, il secondo il giorno del Ringraziamento, e via dicendo.

Into the Dark: un box di horror per tutti i gusti

Into the Dark Cinematographe.it

La serie viene definita sulla carta “horror”, sebbene si tratti di una definizione un po’ generale: trattandosi di episodi radicalmente diversi tra loro, alcuni aderiscono meglio alla descrizione, mentre altri somigliano quasi più a dei thriller – sempre con una spiccata propensione allo splatter e ai contenuti grafici.

Proprio questa eterogeneità di voci all’interno dello stesso contenitore è il punto di forza e allo stesso tempo il punto di debolezza di Into the Dark. Più che una serie antologica, infatti, sembra di trovarsi di fronte a una collezione di brevi film: ogni storia ha infatti il suo regista, i suoi interpreti, il suo inizio e la sua fine, oltre che uno svilupparsi lento quanto basta da costruire la suspense necessaria per simili racconti.

Dall’altro lato, tuttavia, il fatto che ogni episodio sia completamente diverso dal precedente, condividendo con gli altri solo il genere di fondo, rende difficile costruirsi un parere sull’opera nella sua interezza. Il primo episodio, ad esempio, si rifà ai b-movie a tema Halloween, il secondo è un thriller psicologico in piena regola, mentre il terzo esplora quel filone dell’horror che vede protagonisti bambole e pupazzi maledetti. Non è detto, quindi, che chi ne adora uno ami necessariamente anche gli altri.

Una dose di orrore adatta anche a chi non mastica appieno il genere

Into the Dark - Cinematographe.it

Sul piano tecnico, spiccano le differenze dovute alla presenza di registi diversi per ogni episodio: la mano dietro la macchina da presa ha in un horror un peso particolare sulla vicenda narrata, e Into the Dark non fa eccezione. Il discorso vale per la recitazione, dato che gli attori, i personaggi da loro interpretati e il loro ruolo nella storia cambiano di episodio in episodio, ed è lo stesso per la fotografia e la colonna sonora. La qualità, nel complesso, è da definirsi medio-alta, con picchi dovuti all’uno o all’altro episodio.

Con Into the Dark, in sintesi, siamo di fronte a una serie sfiziosa e poco impegnativa dal punto di vista mentale, che lascia la libertà di scegliere l’ordine, la cadenza e la quantità di episodi da guardare. Pur non trattandosi di una tipologia di horror particolarmente hardcore, fruibile quindi anche da chi mastica poco il genere, è una serie senza dubbio particolare, che intrattiene lo spettatore senza chiedergli in cambio quella fedeltà che, spesso e volentieri, si è restii a concedere alle serie TV.

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