voto del pubblico 3.0/5
voto finale 1.2/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Sonoro
Emozione
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Permettendoci una presa di posizione piuttosto netta, ad oggi è difficile pensare ad una proposta più scadente di Insiders. La serie, creata da José Velasco, già produttore e sceneggiatore de El Cid, ha debuttato in sordina nel catalogo Netflix il 21 ottobre, proponendo una versione rivista del classico reality sulla scia del Grande Fratello, o meglio ancora Jersey Shore, ma tentando un percorso personale con la curiosità, su carta, di riflettere sul concorrente perfetto per uno show del genere.

Nel meccanismo di Insiders, la nuova serie/reality disponibile da ottobre su Netflix

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I dodici partecipanti a Insiders, introdotto per sette episodi da quaranta minuti ciascuno dalla host Najwa Nimri, incomprensibilmente in tailleur di pelle, parrucca bionda e volto di plastica, pensano infatti di essere stati inclusi solamente in una fase iniziale del programma: una selezione di una settimana antecedente la scelta definitiva degli otto concorrenti, e pertanto del gioco effettivo con vincita in denaro. I giovani, provenienti da ogni parte della Spagna e caratterizzati da potenzialità esplosive come il reality da sempre predilige, vengono così inconsapevolmente chiusi in un set televisivo adibito a grande loft, circondato in ogni angolo da sessantotto telecamere e duecento microfoni nascosti. La casa anch’essa è suddivisa in una zona lavoro in cui concorrenti sanno di essere ripresi e microfonati, e una zona relax, nella quale potersi esprimere liberamente perché ignari degli apparecchi di registrazione.

La prima fase del casting e il successivo ‘addestramento intensivo’, dunque, non sono null’altro che il reality stesso, già pienamente dentro il meccanismo orwelliano che monitora ventiquattrore dialoghi, battibecchi, accordi e tradimenti che si vanno tradizionalmente ad instaurare. I produttori esecutivi sono attori, e lo sono anche alcuni dei concorrenti, inseriti nel gruppo come fossero talpe atte a smussare a puntino alcuni snodi del gruppo.

Insiders è un programma che non avrà mai luogo, eppure lo stiamo già guardando

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Mettendo appositamente in difficoltà alcuni di essi, la produzione vuole svelare la doppiezza del concorrente, e dunque dell’essere umano tutto, mostrando la falsità a due facce: quando si sa di essere ripresi, e quando invece si è oltre le telecamere. A completare la cosiddetta ricerca del concorrente perfetto, Insiders escogita il dispositivo tecnologico del totem, un apparecchio che misura costantemente i parametri utili alla scelta del prediletto. Valori quali vulnerabilità, assertività, empatia, costanza, collaborazione e desiderabilità sociale completano il quadro del potenziale vincitore, e dell’esperimento televisivo tutto.

Qual è il concorrente perfetto per un reality show? Insiders tenta di rispondere creando ad arte un programma realtà alterato sin dall’inizio

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Mettendoli continuamente alla prova, chiedendo cosa sarebbero disposti a fare per proseguire la loro partecipazione al programma, Insiders tenta con insuccesso di svelare il meccanismo che regge i fili di un reality, mancandone tuttavia di sostanza antropologica, ‒ nel senso umano delle relazioni di un gruppo variegato e le cui variabili sono solo apparentemente incontrollabili ‒, sia di quello audiovisivo, non riuscendo in alcun modo a catturare l’attenzione, o quantomeno la curiosità, dello spettatore.

Sembra infatti che l’intera operazione giri continuamente attorno a sé stessa come fosse una spirale in cortocircuito fra realtà plastificata e finzione documentata, inadatta ad aprirsi a qualche riflessione, a un’impronta vera e concreta nel catalogo Netflix, di cui peraltro fa parte. Se la verità è un gioco, il gioco di Insiders è vero solo nel senso di vuoto che aleggia in quei meccanismi urticanti del reality, quelli dei litigi, dei (finti) flirt, delle fazioni, delle lacrime, della scelta di un casting che pretende di rappresentare le diverse anime che danno vita all’umanità contemporanea, e invece è solo emblema della sublimazione di uno spicchio di categorie antropologiche alterate dal filtro televisivo. Una scelta di cui davvero non si riesce a comprenderne l’utilità; sperando che Netflix si limiti ad una sola, unica e spiacevole, prima stagione.