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Il grande successo di Netflix è sicuramente dovuto anche alla sua sorprendente capacità di spaziare nei generi proposti all’interno del suo catalogo rivolgendosi ad un pubblico ampio ed eterogeneo e riuscendo a coprire con la propria offerta pressoché ogni fascia d’età. Con Il mio grande amico Dude la casa di produzione regina dello streaming si rivolge al pubblico più giovane, in età pre-adolescenziale, attraverso una storia che unisce commedia e risvolti sociali.

Il mio grande amico Dude pone al centro della trama un ragazzino affetto da disturbo d’ansia sociale e il suo cane

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Il mio grande amico Dude (The healing powers of Dude) è una serie originale Netflix creata da Erica Spates e Sam Littenberg-Weisberg, composta da otto episodi di breve durata e basata sull’esperienza personale dei due autori con il disturbo dell’ansia sociale. Nel cast troviamo Jace Chapman, Mauricio Lara, Sophie Jaewon Kim, Tom Everett Scott, Larisa Oleynik, Laurel Emory, oltre a ovviamente il cane Dude, la cui voce nella versione originale è quella di Steve Zahn. Al centro della storia c’è Noah Ferris, un ragazzino di undici anni affetto dalla fobia dell’ansia sociale che gli rende complicate le più semplici azioni quotidiane che implichino il contatto con altri esseri umani. La sua famiglia gli ha dunque impartito sempre un’educazione domestica, fino al momento in cui il ragazzo decide coraggiosamente di iscriversi alla scuola media pubblica. Su consiglio del dottore che lo segue, i genitori di Noah decidono di prendergli un cane di supporto emotivo che lo aiuti ad affrontare il traumatico inizio dell’anno scolastico. All’interno dell’ambiente scolastico il ragazzo riuscirà a creare un legame con Simon e Amara, che assieme allo sgangherato ed eccentrico cagnolino Dude, lo aiuteranno a superare le sue difficoltà.

Il mio grande amico Dude è una serie commedia che si rivolge ai più giovani nel trattare un disturbo specifico e tematiche in cui i ragazzi possono immedesimarsi

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Gli autori scelgono direttamente i coetanei del protagonista come target a cui rivolgersi, con un taglio da commedia che rende maggiormente fruibile ai più giovani il prodotto. Inserendosi in un filone abbastanza ricco come quello delle opere cinematografiche incentrate sul rapporto tra uomini e animali – ed in particolare i cani – la serie trova la sua peculiare essenza nel racconto di un disturbo mentale particolare, riuscendo a darne una rappresentazione adeguata per il pubblico di riferimento. Le disavventure scolastiche di Noah permettono ai ragazzi di immedesimarsi nella sua condizione e trovare un ambiente a loro familiare come quello scolastico con tutti i suoi rapporti interni, positivi e negativi, ordinari e particolari. Talvolta le gag che accompagnano il protagonista risultano un po’ calcate ma complessivamente il racconto ha una buona scorrevolezza e riesce a rendere in maniera soddisfacente gli stati d’animo del ragazzo e degli altri personaggi che gravitano attorno a lui.

Inoltre, superata l’iniziale diffidenza di fronte alla scelta di dare pensieri e intelligenza umane al cane, si riesce ad essere coinvolti nella dinamica che si crea tra Noah e Dude, pur considerando che alcuni passaggi emergono come in parte forzati. Le parti con protagonista diretto Dude, pur considerandone il ruolo imprescindibile per il modo in cui la vicenda è stata costruita, sono infatti paradossalmente le meno riuscite. I momenti in cui il cane prende la scena in maniera predominante risultano essere quelli meno efficaci e in buona parte superflui ai fini del messaggio che la serie vuole trasmettere.

Il mio grande amico Dude: buone trovate narrative e due personaggi femminili di spicco

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Buona è invece la scelta estetica e scenografica attuata per rendere in maniera visiva i sentimenti interiori del giovane alle prese con i primi contatti interpersonali, le prime cotte, le prime feste e le prime scelte importanti della propria vita. Vedere le persone che lo circondano rappresentate come zombie o il pavimento diventare molle e assorbirlo al suo interno mentre è in imbarazzo, o la sua testa gonfiarsi come un palloncino quando è convinto che gli altri ne giudichino la dimensione, è un modo originale di rendere efficacemente ad un pubblico giovanile e familiare gli stati d’animo, costruendo una narrazione che non si appesantisce andando nel drammatico, ma che risulta fruibile con semplicità.

La costruzione dei personaggi della serie è altalenante. Noah ha una sua caratterizzazione e una sua crescita coerente, seppur forse troppo sbrigativa, nel progredire degli episodi, ma vari altri personaggi non godono della stessa delineazione, come nel caso dei genitori, dell’amico Simon e del Preside, risultando un po’ stereotipati. Ma, oltre al protagonista, ad emergere sono due personalità femminili, ovvero la brillante e scaltra sorellina più piccola Laurel, utile alla costruzione dell’universo dei rapporti familiari, secondo nucleo d’interesse della vicenda dopo quello scolastico, e soprattutto l’amica disabile Amara, dalla spiccata personalità e con una complessità maggiore rispetto agli altri personaggi. Significativo inoltre è il fatto che ad interpretare una ragazza in sedia a rotelle sia una persona veramente affetta da distrofia muscolare, peraltro con doti recitative molto buone, che si elevano rispetto alla media particolarmente anonima delle altre interpretazioni. Lo show avrebbe potuto e dovuto dare uno spazio ancora maggiore al suo personaggio, magari sacrificando altri passaggi superflui che son sembrati inseriti solo come riempitivi temporali.

Il mio grande amico Dude: così Netflix riesce a comunicare ai più giovani l’importanza di affrontare le proprie fobie

Complessivamente dunque Il mio grande amico Dude funziona come produzione atta a comunicare con le nuove generazioni, ma purtroppo con alcuni limiti che si sarebbe potuto superare. L’amalgama tra Noah e Dude ha una sua funzionalità nei momenti atti a destrutturare i problemi della quotidianità nel contesto delle scuole medie, meno nelle scene in cui Dude stesso è al centro della narrazione, sembrando cercare una comicità un po’ troppo sopra le righe parzialmente fuori luogo. Così come lo sviluppo narrativo poteva focalizzarsi in maniera più convincente sui suoi punti di forza e personaggi peculiari, senza cercare deboli divagazioni. Forse un po’ troppo semplicistico (e ottimistico) nel costruire il superamento del disturbo dell’ansia sociale, ma azzeccato nell’utilizzare l’accessibilità della commedia per parlare di qualcosa di più serio, riesce ad utilizzare un linguaggio comune per il suo pubblico di riferimento e a trasmettere un messaggio positivo su come i problemi – siano essi fisici o mentali – possano essere affrontati e non debbano divenire un elemento discriminatorio nel giudizio delle persone. Per i più giovani è già un buon punto di partenza.

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