voto del pubblico 4.3/5
voto finale
4.0/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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“In loving memory of Norman Irving Newlander”. Comincia così la terza e ultima stagione de Il metodo Kominsky, dal 28 maggio in sei puntate su Netflix, l’acclamata serie tv di Chuck Lorre premiata ai Golden Globe che ha saputo raccontare la terza età con la ben nota tagliente e irresistibile ironia dell’ideatore di Due uomini e mezzo e The Big Bang Theory e una buona dose di malinconia e buoni sentimenti. Questo ultimo capitolo si apre, quindi, con il funerale di Norman (il premio Oscar Alan Arkin), amico fraterno di Sandy Kominsky (il premio Oscar Michael Douglas, anche produttore esecutivo insieme a Lorre e Al Higgins) che adesso si ritroverà da solo ad affrontare non solo il dolore per la perdita del suo braccio destro ma una serie di responsabilità, scocciature burocratiche, e non solo, che il suo caro amico “sadicamente” gli ha lasciato tra le ultime volontà. Un ironico “Grazie Norman” con gli occhi rivolti al cielo è, infatti, il tormentone di questa stagione.

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Il metodo Kominsky, cinematographe.it

Il metodo Kominsky – Stagione 3: Il revival della coppia Michael Douglas – Kathleen Turner

C’era il timore che la “rottura” di una coppia ben assortita come Alan Arkin e Michael Douglas potesse nuocere a una serie che si basava di fatto sull’amicizia strampalata tra un agente di successo di Hollywood e un insegnante di recitazione, almeno nelle prime due stagioni, perché in queste nuove puntate il pubblico, dopo il commovente ed esilarante commiato da Norman – tra la sua assistente disperata tanto da lanciarsi in lacrime sulla sua bara e il discorso ricco di particolari sessuali della compagna Madelyn (Jane Seymour) – non sarà sicuramente deluso né dal modo in cui Sandy affronterà il lutto né dalla sua “spalla”: la ex prima moglie Roz Volander interpretata dall’attrice Kathleen Turner, che avevamo avuto modo di conoscere superficialmente nelle stagioni precedenti e soprattutto dai commenti non certo lusinghieri di Sandy. Ai nostalgici cinefili non passerà inosservata la ricostituzione della coppia Douglas – Turner, indimenticabili marito e moglie ai ferri corti, per usare un eufemismo, nel grottesco La guerra dei Roses film cult del 1989 diretto da Danny DeVito, che anche qui non si risparmieranno in frecciatine al veleno e clamorosi botta e risposta sulla falsariga di quelli tra Norman e Sandy.

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Il metodo Kominsky – Stagione 3: E diventa sempre più assurdo

La prima puntata è un vero e proprio omaggio a Norman con continui flashback delle stagioni precedenti e i ricordi di Sandy di un’amicizia durata una vita. Seduto da solo a quello che era il loro solito tavolo nel loro ristorante preferito, Sandy brinda con il suo Jack Daniel’s e Dr Pepper a un calice di Martini che Norman non berrà più. Abbandonati i problemi legati alla prostata – “urinare in codice morse” – alle difficoltà di avere una relazione seria con una donna, al cancro che Sandy aveva scoperto di avere nella seconda stagione, l’uomo ora dovrà fare i conti con gli strambi Phoebe (Lisa Edelstein) e Robby (Haley Joel Osment), figlia abbonata alle cliniche di rehab e nipote “ufficiale di Scientology” di Norman, interessati solo alla sua eredità, con l’organizzazione del matrimonio della figlia Mindy (Sarah Baker) con l’attempato e simpatico Martin (Paul Reiser) e con il ritorno in città della pungente ex moglie.

Il metodo Kominsky, cinematographe.it

Ma non ci saranno solo oneri per Sandy ma l’arrivo di un regalo inaspettato e agognato da parte proprio del suo amico Norman, la cui presenza proprio per questo motivo aleggia per tutta la stagione, rimanendo accanto a suo modo all’amico che grazie al suo ultimo, importante gesto prenderà nuova consapevolezza di sé. D’altronde il “metodo Kominsky”, come spiegato nel finale della prima stagione, è proprio questo: “Cosa mi è rimasto?” chiedeva affranto Norman per la morte della moglie, “Me, coglione! – gli rispondeva Sandy – Sai tenere un segreto? Questo è il metodo Kominsky”. L’uscita di scena, quindi, di Norman, a differenza di quello che spesso accade nelle serie quando un attore decide di non continuare a prendere parte a un progetto, risulta coerente e giustificata.

Il metodo Kominsky– Stagione 3: Non è mai troppo tardi per sognare

Anche questi ultimi episodi de Il metodo Kominsky sono caratterizzati da un umorismo sempre caustico e brillante, aggiornato con la realtà – si parla, per esempio, di gender fluid, di inclusività nei film e serie tv, dei deliri di Scientology – unito a situazioni paradossali ed esilaranti e, come era già accaduto nelle stagioni precedenti, a riflessioni profonde sulla vita rivolte a tutte le generazioni, non solo a quella di Sandy: l’importanza degli affetti veri,  la consapevolezza dei propri errori – “Vorrei essere stato un uomo migliore”, ripete spesso Sandy – l’inevitabilità della morte, uno spettro che è sempre presente nella vita di Kominsky, sia dopo la malattia che dopo la perdita di Norman, argomento delicato che la serie affronta con la leggerezza non superficiale che caratterizza il lavoro di Chuck Lorre. Il discorso sulla morte che Sandy fa ai suoi amati allievi è toccante e onesto: “Mi sono seduto al capezzale e ho tenuto le mani di amici e di persone care mentre esalavano l’ultimo respiro, e posso dirvi questo: il drammatico soliloquio alla fine della vita è una pura e totale assurdità. Se qualcosa viene detto è detto interiormente. Lo si può quasi sentire…notano a malapena che tu sia seduto lì. Per coloro che stanno per morire i vivi sono irrilevanti. Perciò, se doveste mai avere l’opportunità di recitare una scena del genere, affrontatela con rispetto. Consideratela sacra”.

Il metodo Kominsky, cinematographe.it

Come è sacro il diritto di ognuno di continuare a sperare di realizzare le proprie aspirazioni e a credere nei propri sogni, anche quando sembra troppo tardi e quando la vita non è andata esattamente come si sperava. Ce lo insegna Sandy Kominsky con l’intensità scenica e la verità di Michael Douglas, che come il suo personaggio è guarito dal cancro e continua a mostrare grande passione e impegno per il suo mestiere.

Si arriva, quindi, al finale di questa comedy che ci insegna tra risate e lacrimoni il “metodo” per affrontare la vita che se non è proprio quello giusto per tutti è sicuramente quello attraverso il quale possiamo prenderla un po’ in giro, ridendo di noi stessi e persino della morte.