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Il sonno della ragione genera mostri.

Questo è il titolo dell’acquaforte realizzata dal pittore spagnolo Francisco Goya e questo potrebbe anche essere il sottotitolo di Ghost Wars, serie tv ideata da Simon Barry in cui il protagonista, l’emarginato e tormentato Roman Mercer, dotato di poteri psichici, è l’unica possibilità di salvezza per una cittadina dell’Alaska, infestata dai fantasmi. Il sonno della ragione, si badi bene, non è quello per cui un’intera comunità inizia ad avvertire delle presenze bensì quello che dà origine ad una serie complessa e vorticosa che, di principio, sarebbe potuta essere un interessante prodotto ma che lascia più di qualche dubbio. Non si tratta di un sopore diegetico, o meglio che si riferisce ai personaggi della serie, ma ad un torpore extradiegetico che porta lo spettatore in un turbine di fantasmi, altri mondi, paure, morti-non morti, mostri e tradimenti.

La prima stagione di Ghost Wars non convince a pieno

Fin dal pilot Ghost Wars non convince a pieno, le fragilità del primo episodio si ingigantiscono nel corso della serie, diventando, stabilizzandosi, una certezza. Il mix tra lentezza e action (una guerra senza fine che diventa sempre più violenta e sanguinosa), tra comunità e Roman, tra religione e paranormale, tra illusione e realtà, tra vari generi – è un thriller con un po’ di fantasy a tinte horror e tale caratteristica è sempre più evidente – non si amalgama con delicatezza bensì vi è un profondo e lacerante stacco che non permette il lento fluire della narrazione. Lo spettatore è vittima delle scelte dell’ideatore e, a volte viene portato mano nella mano per i percorsi intricati da lui scelti, immerso in una serie complessa ma che risulta essere anche affascinante, altre viene abbandonato in quegli stessi percorsi e il risultato è fallimentare. Per Ghost Wars è quasi impossibile il binge-watching perché troppi sono i dati da ricordare, troppe sono le relazione da fare e chi guarda si sente come durante una sbornia, stordito ed ebbro, ma è anche impossibile lasciar passare troppo tempo tra un episodio e l’altro perché proprio per gli stessi motivi sarebbe come navigare in mezzo al mare, senza punti di riferimento.

Nel pilot Barry aveva mostrato un protagonista in odore di riscatto: se all’inizio Roman è ai margini perché considerato strano, poi, alla fine dell’episodio, diventa necessario proprio grazie a, o proprio a causa della sua stranezza. Usato come unica arma di salvezza, a poco a poco, inizia a stringere rapporti con tutti i suoi concittadini (gli stessi che fino a prima lo tenevano in disparte), iniziano a capirsi, a parlare la stessa lingua (fra tutti, Doug Rennie, il padre di Maggie, l’entità che appare a Roman nei momenti più importanti della storia, la dottoressa Marilyn), quella del paranormale che si fa elemento sempre più preponderante. In questo clima Ghost Wars inserisce nella storia nuovi personaggi che smontano ogni certezza facendo sì che la serie stessa perda il centro, smarrendo la via principale; così la comunità si arricchisce di abitanti, di nuove istituzioni (l’Istituto LAMBDA, quello per cui lavora la dottoressa Landis, una delle poche persone lungimiranti della cittadina) che aprono le loro porte a Roman, comprendendone l’importanza e chiedendone la consulenza (viene chiamato dalla sindaca Valerie, detta Val, per salvare le due figlie, Abigail e Isabel, prodotti di questo strano mondo in cui vivi e morti convivono, dalla Landis e dal contrabbandiere Billy). Il ragazzo si mostra disponibile, aperto al dialogo, pronto a schierarsi con chi chiede il suo aiuto (accanto a chi è in pericolo, si fa anello di congiunzione tra il di qua e il di là) e quello che era un muro si fa abbraccio. Anche su questo punto la serie è spiazzante soprattutto se si prende in considerazione il finale.

Roman (ai margini) e le vite degli altri (al centro)

Mentre si mette in scena l’inglobamento del protagonista dall’altra parte Barry decide di relegare in un angolo Roman – che è sì trait d’union tra tutti gli anelli di questa catena ma che perde di vigore nel corso della serie – lasciando al centro della narrazione i suoi concittadini, soggetti di narrazione e “primi attori” dell’episodio il cui nome diventa titolo del capitolo. Ogni episodio è dedicato ad una determinata figura e al suo rapporto con il paranormale; se di principio tale rapporto dovrebbe/potrebbe rappresentare qualcosa di molto intimo, qui perde di senso e valore, e lo show diventa spesso, salvo qualche eccezione, un album di casi tenuti insieme dalla somiglianza. Le trame verticali (le singole vicende) danno piccoli elementi per costruire quella orizzontale (quella della città e della guerra contro i fantasmi), indizi che fanno parte di vari campi semantici su cui si costruisce la serie; e proprio sui punti di congiunzione essa barcolla, inciampa e cade, vittima di un sovraccarico. I campi semantici sono: vita/morte (confine estremamente labile), normalità/anormalità (binomio che spesso si ribalta e l’una prende il posto dell’altra, prendiamo ad esempio Roman ma anche il personaggio di Billy, fratello di Val), pregiudizio/ribaltamento dello stesso (catena che si ripete all’infinito e lo show sembra vittima di un circolo vizioso), religione/paranormale (i fantasmi appaiono e scompaiono, entrano nei corpi di coloro che fanno parte della comunità, i bambini vengono posseduti da spiriti malefici, il Reverendo Dan è crocevia di due spinte, da una parte quella fede dall’altra quella della crisi), paura/abbraccio (da una parte la città tiene lontano chi è diverso, dall’altra ritorna sui propri passi quando capisce che Roman può esserle d’aiuto).

La stagione scorre e aumenta l’horror

Se nel pilot sembra essere fondamentale un certo discorso sul diverso durante la serie quest’ultimo perde di profondità e ad avere la meglio sono il racconto di un mistero (pietre speciali e porte della morte da aprire e chiudere per salvare il mondo, masse informi, ventri maligni che buttano fuori vecchi personaggi con spiriti demoniaci) da risolvere e di una battaglia da vincere (quella contro il male) e soprattutto l’elemento orrorifico (secrezioni corporee, concepimento di cose terrificanti). Quest’ultimo monta sempre di più, si fa elemento preponderante di una serie camaleontica, piena di nature differenti ma anche intrisa di molta confusione. Proprio la confusione è ciò che coglie lo spettatore in vari momenti della stagione, un vero e proprio spaesamento perché il più delle volte non capisce ciò che sta guardando – e il problema non è il mix di generi – e diventa alieno lui stesso, vittima di un brutto scherzo.

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