voto del pubblico 3.9/5
voto finale
4.5/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Fondazione è la nuova serie televisiva prodotta da Apple e destinata alla sua piattaforma, Apple TV+, un servizio che negli ultimi anni sta producendo un numero sempre crescente titoli di qualità allo scopo di superare i suoi duri e longevi competitor nella corsa allo streaming. Di fatto, questo show in particolare, nasconde un ambizione maggiormente concreta di un semplice prodotto che deve ottenere il consenso del pubblico e della critica, ma ha l’ardire non solo di cambiare la televisione, ma anche di rileggere le potenzialità narrative che possono prendere vista sul piccolo schermo delle nostre case. Fondazione, infatti, trae le sue radici da una delle saghe letterarie più note in ambito fantascientifico e tra le più impattanti, ideata da uno dei padri supremi dello sci-fi, ovvero Isaac Asimov.

Tra gli iniziatori della fantascienza, Asimov è forse il più filosofico e visionario e con tale epopea galattica, il Ciclo delle Fondazioni, lo scrittore ha dimostrato di saper leggere così bene il presente da insospettabilmente delineare un futuro non così lontano. Come con Dune, anche questa saga è molto complessa da portare su schermo perché così tanto verbosa e stratificata a livello contenutistico che è davvero coraggioso e temerario colui che decide di avviare l’impresa. Ed Apple, che ha puntato tutto su David S. Goyer (Blade: Trinity, Da Vinci’s Demons) come showrunner, ha deciso di elevarsi alle stelle, sfidando le leggi dell’iperspazio e i limiti dell’universo conosciuto, per esplorare nuove galassie televisive. E il risultato è uno spettacolo per gli occhi e la mente. Fondazione debutta il 24 settembre su Apple TV+ con i primi due episodi, mentre gli altri arriveranno, a cadenza settimanale, ogni venerdì.

Fondazione: al di là di ogni ambizione narrativa ed estetica

FondazioneFondazione, come anticipavamo poc’anzi, è ispirato al Ciclo delle Fondazioni, nato inizialmente come trilogia, pubblicata tra il 1951 e il 1953 e che in seguito ha ricevuto diverse estensioni, sia prequel che sequel del costone originario, costruendo sempre di più un universo complesso e dettagliato fatto di razze, politica, guerre e tanta sociologia. Al centro di questa costellazione narrativa c’è Hari Seldon, psicostoriografo e matematico dell’Impero che, tramite dei calcoli complicatissimi, è riuscito a prevedere una catastrofe imminente che si abbatterà proprio sull’Impero, che verrà vessato da 30.000 anni di barbarie.

Una soluzione sicura non c’è, ma Seldon sviluppa due macroidee in parallelo: la creazione di un’enciclopedia galattica che mette in piedi un sapere millenario da tramandare di generazione in generazione e che pone le basi per la costruzione di una nuova civiltà e società capace, secondo lui, di dover sopportare solo 1000 anni di interregno oscuro prima della rinascita.

Capite bene che, già a partire dall’incipit, si nasconde una difficoltà di fondo davvero insormontabile: portare, attraverso una serie televisiva, un trattato socio-antropologico del futuro che analizza, come fatto dai romanzi, quello che il nostro mondo potrebbe affrontare in un avvenire lontano con anche possibili soluzioni. Goyer decide quindi, con le prime due puntate, di tessere inizialmente due linee temporali: una che segna l’inizio del piano di salvataggio dell’Impero; l’altra collocata 35 anni dopo, con le ricerche già avviate. L’opera è priva di qualsivoglia introduzione tediosa e prolissa e anzi, sceglie coraggiosamente di sviluppare la narrativa pezzo dopo pezzo, facendo parlare i personaggi e gli avvenimenti, redendo viva la materia trattata.

Ciò consente, in ambito narrativo, di affrontare tematiche complesse senza però rinunciare alla spettacolarità ed ad un ritmo sostenuto che in queste due puntate corre veloce, creando fascinazione nel pubblico e promettendogli un futuro roseo per i prossimi episodi. Da contraltare a questo copione dinamico e pulsante, una maestosa componente tecnica ed estetica che non tradisce l’alto budget investito, ma anzi lo valorizza appieno, promettendo sogni fantascientifici che anni fa la televisione nemmeno poteva ambire. Ciò che stupisce, al di là della magnificenza artistica e del brillante studio estetico di ogni piccola particella dei pianeti presentati, è la varietà incredibile di ambienti, effetti di luce, situazioni e colori che Fondazione presenta agli spettatori, adattandosi in modo camaleontico ad ogni singola sfumatura che la narrazione gli ha fornito.

Fondazione: porre le basi per uno sci-fi più maturo e cervellotico

FondazioneForse non ce ne rendiamo conto, ma il 2021 potrebbe essere un anno cruciale per una rivoluzione copernicana della fantascienza in televisione e al cinema. Come ci ha insegnato il nuovo Dune di Denis Villeneuve, sembra sia possibile portare agli spettatori uno sci-fi diverso, per niente schiavo della commercialità e dell’action fine a sé stesso, ma pregnante di filosofia e ambizione. Fondazione, in questo, ha una piccola marcia in più perché effettivamente è più comodo sviluppare un’idea di fondo così tanto ricca in una stagione televisiva piuttosto che con una saga cinematografica. Da sempre la serialità dà maggiore spazio a personaggi, temi e costruzione di universi, ma se prima il piccolo schermo non aveva la spinta economica sufficiente, adesso le cose sono cambiate enormemente.

L’opera di Goyer sembra avere tutte le carte in regola non solo per portare un prodotto sopraffino ed eccellente, ma anche per approcciare a nuovi lidi televisivi mai solcati in precedenza. Lo dimostra anche la regia di questi primi assaggi galattici, che educatamente non sconfina mai il copione, ma anzi, collabora attivamente con la sceneggiatura, rivelando una sinergia e una coerenza da manuale. Nonostante Goyer non sia l’unico fautore di Fondazione, visto che hanno collaborato con lui anche Alex Graves, Josh Friedman, Rupert Sanders e altri, ciò che traspare è un dialogo costante tra i creatori e tra creatori stessi e la produzione, perché il progetto ha un’uniformità e una direzione ben precisa.

La macchina da presa, infatti, riesce sempre a stare al suo posto, capendo perfettamente quando è il momento di inquadrare panorami galattici suggestivi o trionfali edifici dell’Impero Galattico, ma anche quando è il caso di lasciare spazio alle tensioni narrative dei personaggi o compassare la spettacolarità in favore di dialoghi e informazioni sul background presentato. In questi casi era molto più semplice abbandonarsi ad una magnificenza visiva puramente formale e invece si è dosato il giusto i mezzi a disposizione, per garantire agli spettatori sempre un contenuto eccellente, ma rivestito anche di un’estetica elegante.

In tutta questa imponenza, i personaggi potrebbe sembrare delle pedine perse nei giochi di potere dell’universo e invece anche loro gettano delle importanti fondamenta. Nelle prime due puntate abbiamo modo di conoscere in particolare Hari Seldon, la sua nuova allieva Gaal, l’Imperatore Giorno e altri comprimari impattanti per la narrazione. Perfettamente inseriti nel contesto di riferimento e portavoce delle tematiche complesse della saga di Asimov, le figure, anche se ottimamente caratterizzate, non svelano pienamente la loro psicologia, affinché sia sviluppata con la prosecuzione della stagione. E il cast scelto, da Jared Harris a Lee Pace, da Lou Llobell a Terrence Mann, non poteva essere più azzeccato perché esprime, nessuno escluso, tutte le contraddizioni e le paure di ogni singolo personaggio di fronte all’ineluttabilità del futuro e alla distruzione del mondo, due perni centrali dell’intera produzione.

Fondazione è una serie dal cipiglio spettacolare e magniloquente, realizzata con tanta intelligenza e allo stesso tempo figlia di una perizia tecnica da manuale. Apple ha investito, in modo molto rischioso, su una delle saghe più complesse della letteratura sci-fi, ed è riuscita, con i primi due episodi, a dimostrare che un’altra fantascienza è possibile, più matura e densa di significato. Regia e sceneggiatura di altissimo livello e un cast eccezionale contribuiscono alla creazione di un’opera che, almeno potenzialmente, può e deve innovare il medium televisivo, ambendo alle più lontane stelle del firmamento e ad una colonizzazione salvifica del genere umano.