voto del pubblico 2.0/5
voto finale 2.9/5
Regia
Sceneggiatura
Recitazione
Fotografia
Sonoro
Emozione
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Sin dal suo arrivo su Netflix lo scorso 2 Ottobre, Emily in Paris ha immediatamente catalizzato l’attenzione degli spettatori di qualsiasi età, generando uno dei più grandi dibattiti dell’anno e una risonanza senza precedenti per un prodotto leggero e, tutto sommato, dalle poche pretese. Tra polemiche e richieste di cancellazione, la nuova commedia romantica, che si è distinta da subito per il suo spiccato umorismo tagliente, ha suscitato un misto di interesse e di sdegno, facendosi notare più per la parodistica (seppur divertente) rappresentazione dei francesi che per la storia in sé.

Emily in Paris: portare l’America in Francia

In un mix che sommariamente richiama Sex and The City e l’inimitabile Il Diavolo Veste Prada, la serie segue le vicende di Emily, una giovane ragazza di Chicago di circa 20 anni, che riceve l’invitante e improvvisa proposta di trasferirsi per un anno a Parigi per sostituire la collega incinta. Il suo compito sarà quello di portare il “punto di vista americano” presso un’agenzia di comunicazione francese che opera nel campo del lusso e della moda e che ancora si affida a strategie di marketing ormai superate. Quello che poteva essere un interessante scontro generazionale tra due culture ben distinte, americana e francese o, ancora meglio, tra quella americana e quella europea in toto, con Parigi che funge da polo catalizzatore per rappresentare, per certi versi, lo stile di vita e la mentalità dell’Europa intera, diventa invece un mero pretesto per scatenare semplici risate di ilarità. La serie decide di inserirsi in una lunga scia di prodotti frivoli ideati per un pubblico adolescente, adempiendo unicamente l’obiettivo di far divertire e svagare piuttosto che concentrarsi ad analizzare la mutevole e frenetica realtà che ci circonda ma, soprattutto, quelli che sono i travagli delle giovani generazioni, le quali, molto spesso, si trovano costrette a emigrare in un altro paese, conoscendo a malapena la lingua di destinazione, con la speranza di ottenere nuove e più solide opportunità di carriera.

Emily in Paris è una favola mondana fatta di vestiti firmati, nuovi amori ad ogni angolo della strada e un lavoro da sogno che tutti vorrebbero avere ma che quasi nessuno può ottenere, se non dopo il duro sacrificio e anni di esperienza nel settore. Ed è proprio qui che emerge, con impressionante lucidità, il problema di fondo della serie: alla protagonista Lily Collins viene offerto tutto su un piatto d’argento, in una maniera tanto insolita quanto fortemente lontana dalla realtà che le persone comuni vivono quotidianamente. Scalare le vette del successo nel campo della comunicazione non è mai sembrato così facile e persino diventare influencer sembra una passeggiata su un terreno piatto e uniforme. È sufficiente postare una foto della splendida Parigi per diventare novelle regine di Instagram e raggiungere i tanto agognati milioni di follower, superando coloro che, con dedizione e un po’ di ossessione, ricevono in cambio solamente una borsa di prodotti in regalo agli eventi esclusivi, creati ad hoc per sfruttare le giovani e ambiziose masse.

Nella vita artefatta di Emily non esistono veri conflitti o profonde incertezze, i dubbi e le paure vengono subito dimenticate o mai presentate e, perfino quando la ragazza si trova di fronte a un minuscolo ostacolo di lieve entità, tutto si risolve per il meglio come se la soluzione fosse sempre a portata di mano o arrivasse da un inesperto deus ex machina, puntualmente pronto ad aiutarla a ogni sua minima chiamata. Emily in Paris non rappresenta quello che le ragazze moderne sono, ma ciò che tutte quante vorremmo essere ma che non possiamo diventare poiché viviamo in un mondo reale anziché in una fiaba perfetta, in cui non basta desiderare di avere vestiti costosi e di gran classe per farli spuntare come per magia dall’armadio. Anziché diventare un veicolo di rappresentanza delle giovani d’oggi, la serie decide di seguire la strada opposta, allontanandosi dai problemi reali che ogni giorno tutti quanti dobbiamo affrontare e, con le nostre sole forze, superare, e preferendo costruire un mondo idilliaco in cui chiunque vorrebbe vivere. Non tanto perché si tratta di Parigi, ma perché in esso è sufficiente desiderare qualcosa per ottenerlo.

Emily in Paris: una reboot di Sex and the City

Il creatore della serie Darren Star, già noto ai più per aver portato sullo schermo l’iper-sfruttato cult anni ’90 Sex and The City, cerca di simulare una rinnovata e più adorabile Carrie Bradshaw, questa volta catapultata in una Parigi extra lussuosa, e governata dalla moda, ai tempi degli instancabili social media. Se da un lato, l’esperimento risulta sicuramente riuscito grazie a una Lily Collins impossibile da non amare, perfino quando cade molteplici volte in errore, dall’altro lo stesso denota una mancanza di originalità in questo tentativo di riportare in auge personaggi del passato in una versione più fresca e migliorata. Non sfugge poi il reiterato tentativo di circondare la protagonista di amiche con cui (s)parlare, stavolta sfruttando un cast multietnico in cui spicca l’irriverenza contagiosa di Ashley Park nel personaggio di Mindy Chen, una ragazza cinese dalle incredibili doti canore, che si trasferisce a Parigi per allontanarsi dalle pressanti aspettative, da lei non condivise, che le impongono i genitori. Se non urlasse tutto di già visto e non rimbombasse nel vuoto con un suono sordo, si potrebbe perfino rimanere incantati dagli splendidi abiti indossati, dalla simpatia folgorante di Emily e delle sue amiche, dai fugaci love interest che si avvicendano a ogni puntata, dall’attraente lavoro svolto dalla protagonista e dalla meraviglia di una delle città più belle del mondo.

Emily in Paris è indubbiamente una serie estremamente godibile seppur dalle flebili aspirazioni. La scelta di conferire mezz’ora ad ogni episodio si rivela oltremodo vincente poiché, da un lato, tampona la superficialità della narrazione, mentre dall’altro incrementa la voglia di proseguire la visione attraverso un vero e proprio binge-watching compulsivo. Lo stile ormai rinomato e caratterizzante di Netflix si impone con prepotenza per esaltare il carattere pop, sfarzoso e leggero della serie, grazie a una regia che esalta la bellezza e l’incredibile espressività facciale della protagonista, ostentando i suoi abiti stravaganti che solo lei riesce a indossare con enorme maestria e semplicità, e una fotografia che sprigiona i colori sgargianti che la moda riesce a mettere su tessuto. Senza tralasciare la musica di un colosso odierno come James Newton Howard che rappresenta, come al solito, una garanzia, anche se verrebbe da pensare che per lui sia tempo leggermente sprecato per un’opera che non ha alcun significato aggiuntivo oltre quanto vuole mostrare per immagini.

Valutare una serie come Emily in Paris risulta essere uno dei compiti più difficili a cui si può andare incontro, poiché se da una parte ci si ritrova di fronte a un prodotto dallo spiccato charme e dal facile intrattenimento, che diverte ed estrania dalla vita reale, dall’altra parte questa sua stessa decisione di rifuggire la realtà la rende fin troppo debole e superficiale sul lato pratico. Se la si considera dal punto di vista di mero svago, la serie centra perfettamente il suo obiettivo di far trascorrere a suon di risate una tiepida serata autunnale. Ma se, al contrario, si tenta di indagare più a fondo si assaporerà l’amaro retrogusto di un’occasione mancata e di ciò che sarebbe potuto diventare se si fosse compiuto un minimo sforzo ulteriore, mantenendo come priorità le persone piuttosto che gli oggetti di scena e il glamour. In definitiva, Emily in Paris è visivamente ineccepibile in tutto il suo splendore modaiolo, ma è il contenuto che langue. Come una bolla di sapone da cui rimani incantato per la sua bellezza iridescente ma che al più leggero tocco si dissolve nell’aria circostante, lasciando dietro di sé solamente il ricordo di quello che è stato un attimo di fugace allegria.