voto del pubblico 4.9/5
voto finale 2.0/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Di adrenalina se ne consuma un mondo nella nuova serie brasiliana Dom: è tutto un concitarsi di deliri post cocaina, di rimbombare di cassa nei vicoli delle Favelas, di dannazioni giovanili e escalation di violenza. Tutto viene sospinto al massimo, premuto sull’acceleratore del pathos nella speranza drammaturgica di emulare l’estremità in perdizione del protagonista. Eppure lo sforzo pare vanificato; un fuoco di paglia consumato nel giro di una manciata di minuti nel pilot e gli otto episodi diretti a quatto mani da Vicente Kubrusly e Breno Silveira paiono somministrare allo spettatore un potente antalgico da inibire qualsiasi sensibilità allo spettacolo offerto.

Dom: dalla realtà alla finzione nella nuova serie TV disponibile su Amazon Prime Video

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Beffa del destino cinematografico forse, perché a un certo punto del racconto tratto dalla vera storia di Pedro Machado Lomba Neto — il criminale dalla faccia d’angelo che sconvolse il Brasile a inizio millennio, morto a soli 25 anni — al padre Victor ed ex agente della Polizia Federale, viene comunicato che il piccolo soffre di una rara sindrome neurologica: una scarsa sensibilità al dolore lo rende capace di sopportare quantitativi estremi di sofferenze fisiche o sostanze stupefacenti e non subirne gli effetti in modo drastico.

Un’informazione fondamentale, (poi mai applicata nel racconto), per comprendere la spirale infinita di dipendenza alla cocaina ed altro nel quale Pedro detto Dom cade a soli nove anni, quanto ironicamente metaforica del risultato torpido e barboso dell’intera serie prodotta e creata da Breno Silveira con l’inspiegabile supporto e sostegno di Amazon Prime.

Nata dall’incontro tra quest’ultimo con il vero Victor Lomba a inizi 2000, poi accantonata per anni nel cassetto dell’autore del libro da cui è tratta Tony Bellotto, Dom ricostruisce la vicenda incredibile su carta – ma evanescente nel rettangolo dello schermo –  la storia del criminale dagli occhi di ghiaccio ladro di ville a Copacabana, e di suo padre prima sommozzatore poi agente anti-droga, lavorando sull’alternarsi di piani temporali e strutture circolari per ricongiungere in un punto conclusivo il passato in flashback di Victor infiltrato tra i Narcos a inizi anni ’70 e l’infanzia del figlio per le strade di Rio, sniffando cocaina in cameretta e habitué delle cliniche per disintossicarsi nel corso degli anni ‘90.

Tra crime sudamericano e addiction drama, Dom racconta il Brasile del regime militare e la lotta alla droga fuori e dentro casa

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Ma una storia di dipendenza non è mai narrata col soggetto al singolare, e come gli addiction drama contemporanei insegnano, è piuttosto l’effetto domino su chi tenta di stare accanto al malato la materia su cui lavorare, e in questo a Dom va riconosciuto quantomeno il tentativo di aver calcato la mano sul rapporto complesso e recidivo in infruttuosità tra padre e figlio: viscerale e combattuto anche a suon di denunce, finché l’amore non basta e a un certo punto, quel figlio disperato, bisogna pur lasciarlo andare.

Ai suoi due attori protagonisti Flávio Tolezani e Gabriel Leone, infatti, Dom catalizza l’intera tensione, volendo per forza trovare una lente generazionale da intendersi come riflessione sull’inadeguatezza figliare a certi padri, figli a loro volta di un Brasile politicamente repressivo come lo è stato fino al’85 sotto dittatura militare tra persecuzioni politiche, censura e moralismo — mentre intanto la cocaina iniziava a dilagare nelle Favelas e tra i piani alti, ma sottobanco, dei generali del paese.

Nonostante i ripetuti tentavi di drammatizzare e sconvolgere, la serie respinge e mitiga l’aggancio con lo spettatore

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Una guerra fuori e dentro casa quella dell’ex poliziotto Victor, che Dom fa di tutto per renderla amo dal quale agganciare l’interesse dello spettatore, narrata sempre con molta gravità mai compensata dal feedback del povero spettatore, consapevole di aver già visto tutto su altri schermi, su altre serie del filone Narcos in giù, refrattario alla regia anonima, al sesso gratuito e compensatorio, all’esubero di sudore, di overdose negli angoli di una strada, di sigarette consumate, di sguardi lividi e infanzie perdute.

Dom dunque pare congelarsi nel suo stesso meccanismo contraddittorio e vizioso: più tenta di creare l’effetto shock più palesa la sua incapacità di aver trovato una suo personale forma per raccontare una vicenda probabilmente molto più accattivante di quella che snocciola nelle sue lunghissime 8 puntate da quasi un’ora l’una. L’euforia provata da Pedro dopo aver assunto l’ennesima dose per noi è pura sonnolenza. Ci rimane forse la voglia catturare su Shazam quel ragaetton pulsato a tutto volume nei party clandestini nelle nottate dei quartieri di Rio, e poi riascoltarlo per tentare di dimenticare quello che abbiamo appena visto.

Prodotta da Amazon Prime, Dom è disponibile dal 4 giugno 2021 sulla piattaforma streaming.