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Spesso le persone si interrogano sul perché non riescano a ricordare come sia finito un film che hanno visto di recente, ma poi ricordano perfettamente cosa accadeva e dove si trovavano in un determinato giorno di moltissimi anni prima. Questo emerge, ad esempio, quando si parla di Alfredino Rampi, il bambino che a soli sei anni perse la vita nel buio di un pozzo artesiano nella provincia di Roma. Quando sono trascorsi esattamente 40 anni, i riflettori tornando ad accendersi sulla tragedia di Vermicino, anche tramite una miniserie Sky che descrive proprio cosa successe durante le ultime ore di vita del piccolo Alfredo. Quarant’anni trascorsi, dicevamo, eppure tutti ricordano perfettamente quei giorni del 1981: con chi erano, dove erano e cosa provavano. Chi era ancora un bambino ricorda comunque la tensione, la preoccupazione e le lacrime dei propri genitori che, a loro volta, ricordano il senso di impotenza e l’insicurezza con la quale da quel momento in poi avrebbero cresciuto ed accudito i propri figli. Perché in fondo Alfredino Rampi era tutti i bambini del mondo e, di conseguenza, era il figlio di tutti. Nessuno, pur provandoci, è riuscito a dimenticare quella terribile pagina di cronaca e Marco Pontecorvo, regista di Alfredino – Una storia italiana, ha scelto di accettare quella che per molti sembrava una “sfida” troppo ardua da affrontare, ovvero riaprire una ferita comune che quattro decenni dopo non si è ancora rimarginata.

Alfredino Rampi e quella macchia indelebile nella memoria degli italiani

Alfredino - Una storia italiana - Cinematographe.it
Foto_ph. credit Lucia Iuorio

In onda su Sky il 21 e 28 giugno, nei quattro episodi di Alfredino – Una storia italiana Pontecorvo non tralascia nulla e punta a ricordare cosa è successo non tanto dentro a quel pozzo ma piuttosto intorno ad esso. In un’Italia in cui i social non esistevano e difficilmente trovavi un televisore in ogni singola stanza della casa, l’unico modo per rimanere sintonizzati con le ultime notizie era quello di riunirsi di fronte all’unico schermo disponibile con il resto della famiglia. Rimanendo per ore a fissare in silenzio la tv si credeva quasi di riuscire ad incanalare in quel pozzo un numero così alto di speranze e preghiere da riuscire a riportare a galla il bambino, facendolo riemergere da quel maledetto buco nero. Una visione che non può e non deve lasciare indifferenti e che lo spettatore affronta con l’ingenua speranza di poter assistere ad un finale diverso e con l’amara consapevolezza che invece non sarà così.

Alfredino – Una storia italiana vuole soprattutto ricordare quanto possa essere potente lo spirito solidale degli italiani e delle persone in generale quando non sono troppo prese a giudicare il prossimo o a voltarsi dall’altra parte. Lo scenario storico in cui ebbe luogo la tragedia di Vermicino non è in fondo troppo diverso da quello in cui il Paese si ritrova a vivere adesso: forse oggi si è più abituati agli scandali politici, agli attentati e alla morte in generale, eppure resta più vivo che mai il bisogno di spezzare l’angoscia e la rassegnazione quotidiana con buone notizie ed un lieto fine che risulta sempre più raro. Persone senza identità che muoiono in mare, altre che perdono la vita dopo aver preso semplicemente una funivia: guardare la TV o leggere un giornale risulta una sfida emotiva che sempre meno persone hanno la forza ed il coraggio di affrontare. Eppure basterebbe pensare all’enorme numero di persone che ancora oggi trascorre ore davanti alla TV o sui siti web ad attendere la tanto agognata lieta notizia di una madre che torna ad abbracciare sua figlia a diciassette anni dalla sua sparizione, per ricordarci di cosa siamo capaci e di cosa abbiamo realmente bisogno. Questa è l’Italia che ci piace ed anche per questo motivo è giusto ricordare la macchina solidale che si è mossa quarant’anni fa intorno alla famiglia Rampi.

Anna Foglietta è Franca Rampi, una donna più forte di Mazinga

Alfredino - Una storia italiana - Cinematographe.it
Foto_ph. credit Lucia Iuorio

L’attore è l’animale più generoso che esista, è pure generosità, è corpo, carne e anima a disposizione di un personaggio, che fa di tutto per restituire una verità destinata al pubblico che ne usufruisce“: con queste parole Anna Foglietta in conferenza stampa elogia il ruolo dell’attore e, di riflesso, sottolinea il suo impegno nel tentare di rendere giustizia ad una personalità come quella di Franca Rampi, la madre di Alfredino. Una donna che è stata una vittima degli haters molto tempo prima che tale termine venisse coniato e diventasse di uso comune. Vittima due volte, seppure il dover sopportare il giudizio degli estranei non può che rappresentare il nulla assoluto rispetto al dover sopportare la perdita di un figlio. Anna Foglietta lascia emergere soprattutto l’umanità, la forza, la dignità e la lucidità con cui Franca Rampi ha affrontato una situazione della quale magari oggi nessuno si stupirebbe ma che all’epoca rasentava l’inverosimile. L’esperienza con la onlus Every Child is my Child ha donato all’attrice un’ulteriore capacità di trasmettere, anche in minima parte, l’indicibile dolore che una madre prova nel veder morire il proprio figlio, soprattutto in circostanze così tragiche e ingiuste. Ogni singolo elemento del cast, da Giacomo Ferrara a Francesco Acquaroli, passando per Riccardo De Filippis e Vinicio Marchioni, è stato poi impeccabile nel rappresentare il proprio personaggio, mostrandone tutte le debolezze e le fragilità che all’epoca si aggiunsero allo sconforto e al senso d’impotenza. La fotografia curata da Vincenzo Carpineta, unita all’utilizzo di una vecchia telecamera, dona alle immagini un tono vintage che facilita il collegamento con l’epoca dei fatti, e riesce perfettamente a scandire gli stati d’animo della famiglia Rampi e dei protagonisti coinvolti nella vicenda, dal sole e le luci che caratterizzano la spensieratezza legata all’inizio della stagione estiva nella primissima parte della miniserie, alla costante penombra che inevitabilmente ha risucchiato l’animo di tutti e che regna negli episodi centrali.

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Alfredino – Una storia italiana racchiude nel suo titolo tutto il senso dell’opera: la tragica scomparsa di quel bambino non è rimasta soltanto la storia privata di una famiglia, come sarebbe stato più giusto che fosse, ma è diventata la storia di una nazione intera. Episodio dopo episodio, emerge soprattutto la frustrante montagna russa di emozioni contrastanti che hanno caratterizzato le ore in cui si è tentato, prima spinti dalla superficialità e poi dalla disperazione, di salvare la vita di Alfredino. Di ora in ora, la sconfinata gioia provocata dal credere in un salvataggio imminente lasciava puntualmente spazio al baratro sempre più ampio della disperazione provocata dal comprendere che anche l’ennesimo tentativo era fallito e che dunque le possibilità di farcela si riducevano sempre di più.

La morte di Alfredino ha inaugurato la tv dell’orrore e 40 anni dopo niente è cambiato

Alfredino - Una storia italiana - Cinematographe.it
Foto_ph. credit Lucia Iuorio

Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all’ultimo. Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi“: queste le parole pronunciate dal giornalista Giancarlo Santalmassi durante l’edizione straordinaria del TG2 subito dopo che il medico dichiarava la morte del bambino. Ma cosa ha imparato l’Italia ed in particolare il giornalismo italiano da quella macchia che ha segnato in maniera indelebile la storia di una nazione intera? Forse tutto o forse niente, se pensiamo alla scarsa prevenzione che ancora provoca numerose vittime o anche solo alle recenti scelte di mandare in onda gli ultimi istanti di vita di un gruppo di persone morte su una funivia, nonché all’immancabile selfie che le persone si scattano anche lì dove si sente ancora odore di morte. Di certo, esiste anche una parte di Italia che invece fa tesoro di determinate esperienze ed ha imparato ad anteporre il rispetto per il prossimo alla brama di conoscere ogni minimo dettaglio di determinate tragedie. Il limite tra lo sciacallaggio ed il dovere di cronaca sembra spesso impercettibile e la miniserie Sky vuole smentire il pensiero di chi crede che non fosse necessario riaprire una ferita così profonda o comunque riaccendere i riflettori su una madre ed un padre che negli ultimi anni hanno dovuto fare i conti con una nuova tragedia, ovvero la perdita del loro secondo figlio.

Durante la visione della miniserie, il pubblico dovrà essere capace di concentrare la propria attenzione non tanto sul tristemente noto epilogo della vicenda, quanto piuttosto su cosa è accaduto nelle ore precedenti, ricordando i nomi e le gesta dei tanti eroi che hanno tentato fino all’ultimo di poter cambiare il finale della storia, in quanto l’eroe non è colui che vince sempre ma piuttosto colui che non si arrende mai. Un’opera dedicata ai tanti Franca Rampi, Maurizio Monteleone, Angelo Licheri e Nando Broglio che decennio dopo decennio continuano a rappresentare la parte più bella della società e ai quali dovremmo sempre dire grazie se sempre meno bambini hanno fatto la stessa, brutale fine di Alfredino. La maggior parte delle persone non ha avuto l’interesse o forse l’opportunità di sapere cosa è successo una volta conclusasi la diretta del telegiornale e l’opera di Marco Pontecorvo fa luce proprio su questo, sottolineando quanto la scomparsa di Alfredino Rampi non sia stata vana, avendo portato alla nascita della Protezione Civile e ad una nazione che in parte è riuscita e può ancora imparare dai propri errori.