The Bad Seed: recensione del film di e con Rob Lowe

Un padre single sembra avere tutto sotto controllo. Ma quando accade una terribile tragedia nella scuola di sua figlia Emma, l’uomo è costretto a mettere in discussione tutto ciò che pensava di sapere della sua amata figlioletta...

Le credenziali di The Bad Seed parlano da sole: produzione straight-to-video (o made-for-television, come si preferisce dire oggi) del canale tv statunitense Lifetime, budget ridotto all’osso e regia affidata all’esordiente 50enne Rob Lowe, attore caratterista di secondo piano con all’attivo decine di ruoli in film (segnaliamo Thank You for Smoking, 2006, e Dietro i candelabri, 2013) e serie tv (su tutte, Parks and Recreation). Lowe dirige, recita e produce, in una sorta di one man show che cerca di riesumare un piccolo cult degli anni ’50, Il giglio nero.
Un film, quello di Mervyn LeRoy, che con le sue candidature a ben 4 Premi Oscar si è ritagliato una sua piccola ma significativa aura di culto, soprattutto perché in pieno Codice Hays – la linea guida che per decenni ha governato la produzione del cinema Usa, a suon di censure e spesso insensate limitazioni – raccontare la storia di una bambina criminale con “il diavolo in corpo” (per dirla con il poeta Raymond Radiguet) che si macchia di svariati omicidi significava inevitabilmente esporsi al rischio di sovversione e provocazione.

The Bad Seed: il ritorno del Giglio Nero, 60 anni dopo

The Bad Seed, Cinematographe.itIniziamo proprio da qui dunque, dal tentativo di aggiornamento di quella vecchia e a suo modo classica trama, desunta in modo piuttosto fedele dal romanzo di riferimento Il seme cattivo di William March. In questo remake abbiamo a che fare con un papà vedovo e non più con una mamma, anzitutto. Sembra poco, ma poco non è: spostare l’attenzione su una figura maschile alle prese con la complessa crescita di una ragazzina cambia i connotati all’intera vicenda, per quanto poi autore e sceneggiatrice (Barbara Marshall) si dimostrino spesso non in grado di mettere a fuoco il materiale a loro disposizione, riempiendolo di fronzoli melodrammatici.

La conseguenza principale di questo switch rimanda alla nascita stessa della co-protagonista. La Rhoda originale scopriva ad un certo punto di essere stata adottata, e di essere in realtà figlia della criminale Bessie. Invece qui Emma, insospettabile amante della cioccolata calda, dei film di Shirley Temple e degli adorabili convenevoli (“Cosa mi daresti per un cesto di baci?”, “Un cesto di abbracci!”) ha causato il decesso della genitrice al momento della nascita. La sua vita è intrisa di morte, e la sua quotidianità è attraversata da oscuri presagi. Come la salma del gatto annegato trovata in piscina, o la vespa impazzita nell’aula della scuola.

Le origini (confuse) del male

The Bad Seed, Cinematographe.itSpunti interessanti, utili essenzialmente a capire come la pellicola cerchi in qualche modo di svincolarsi dal modello di riferimento ricercando una propria identità. L’ambientazione fredda e asettica, tutta pareti bianche e ordine compulsivo, contribuisce alla buona resa “psicologica” del prodotto; mentre non si può negare che la regia di Lowe mostri ampiamente la propria inadeguatezza, con una dipendenza eccessiva dai droni (che sovente confondono la geografia spaziale delle scene) e con una goffa organizzazione delle conversazioni.

Tuttavia, si può anche guardare questo film da totali neofiti, non creando alcun confronto di sorta e apprezzando alcuni momenti di inquietante suspense che producono il giusto mix di sussulti e risate oppure elogiando l’interpretazione della little psycho Mckenna Grace, molto in parte e capace di risultare al contempo snervante, dolce e occasionalmente divertente. La mancanza di empatia, il narcisismo e la scaltrezza manipolatoria di Emma sortiscono nello spettatore l’effetto desiderato e, per una serata di mero intrattenimento horror senza eccessive pretese, tutto ciò può anche bastare.

Regia - 2
Sceneggiatura - 2.5
Fotografia - 2.5
Recitazione - 3
Sonoro - 3
Emozione - 2.5

2.6