Michele D'Attanasio Cinematographe.it
Ph. Iacovelli & Zayed

Sono appena terminate le riprese del nuovo film con Elio Germano. Si tratta di un fantasy italiano e dai toni agrodolci intitolato L’uomo senza gravità. Un uomo si porta dietro dalla nascita la facoltà di volare, galleggiare nell’aria come se non avesse peso. La madre e la nonna interpretate da Michela Cescon e Elena Cotta lo hanno cresciuto in una casa semplice. Tra i confort che si notavano sul set che riproduce l’appartamento c’erano dei piumoni inchiodati sul soffitto, evidentemente zona dove una persona senza gravità potrebbe mettersi comoda. Il regista, al primo film di finzione, è Marco Bonfanti, uno che con la sua docufiction L’ultimo pastore ha ottenuto una proiezione persino alla Casa Bianca: lo aveva selezionato Michelle Obama per una retrospettiva di cinema italiano.

Con un budget di 3,5 milioni di euro finanziati al 10% da Rai Cinema, il film è una produzione Isaria Productions eZagora Film, coprodotto da Climax Films (Belgio), Mact Productions (Francia), con il contributo del MiBAC Direzione Generale Cinema e con il sostegno di IDM Südtirol – Alto Adige Film Fund & Commission (BLS), prodotto da Isabella Spinelli e Anna Godano. Ed è stato girato tra Alto Adige, Lombardia e Belgio, oltre agli Studi di Cinecittà. Proprio in quest’ultima location, durante una pausa dalle riprese, abbiamo fatto una chiacchierata con il direttore della fotografia Michele D’Attanasio, che appena terminate le lavorazioni la scorsa settimana si è spostato sul set di Nanni Moretti. Con D’Attanasio, barba folta e voce calda e appassionata di un artigiano del cinema abituato a rincorrere il sogno attraverso la lavorazione certosina delle immagini e della luce, abbiamo parlato del suo contributo a quest’opera prima, della sua formazione e della sua visione della luce su un uomo volante.

Michele D’Attanasio, uno dei migliori direttori della fotografia in circolazione, parla dei suoi progetti futuri sul set de L’uomo senza gravità 

Dopo averne letto sceneggiatura, cosa ti ha colpito di più de L’uomo senza gravità?

“Di questo film ho sposato subito il progetto perché fa parte delle cose che mi interessa girare. Mi piace quando si coniuga un tema interessante visto con una chiave diversa, ma soprattutto è un film con varie chiavi di lettura. Accadde anche con Lo chiamavano Jeeg Robot. Dopo aver letto la prima versione di quel film chiamai Gabriele Mainetti perché mi era piaciuto parecchio il connubio tra cose fantastiche e scenari realistici.”

Nella storia ci sono più periodi temporali, come hai creato una diversità visiva tra le varie epoche?

“Per ogni periodo della storia ho strutturato una luce diversa, compiendo un percorso di modernità dell’immagine inverso alla linearità della storia. Per quando lui è piccolo ho utilizzato lenti nuove, Leica serie Summicron. Poi per il periodo in cui lui va in televisione ho scelto ottiche vintage ma sferiche, che sono le Zeiss 2.1, un prodotto di almeno quarant’anni fa. Invece l’ultimo periodo, quello dove lui scoprirà qualcosa, ho utilizzato ottiche anamorfiche in due serie: le Kowa e le Todd-AO. Queste addirittura rendono lo sguardo quasi antico.”

Invece per le location com’è andata rispetto anche alla luce solare invernale?

“Gli esterni del film sono stati girati dal vero a Calvenzano, un paesino tra Milano e Bergamo. Lì non ci sono scene assolate, era gennaio. Ogni tanto si vede il sole, ma basso all’orizzonte. Scene con gli attori a sole in faccia non ce ne sono perché ci serviva raccontare il freddo, la neve, l’essere chiusi. Anche le scenografie seguono questa linea. Gli interni ricostruiti in studio danno l’idea di quest’abitazione modesta in un contesto rurale. Le scenografie peraltro sono di Tonino Zera, con cui avevo fatto già una commedia.”

Si trattava di Tra moglie e marito?

“Si, era un film con Pierfrancesco Favino e Kasia Smutniak.”

Da direttore della fotografia, a chi ti ispiri tra i tuoi colleghi e i grandi contemporanei?

“Più che ai direttori della fotografia del passato, cerco di farmi ispirarmi dalle storie parlandone sempre con il regista. Sicuramente un direttore della fotografia che mi piace molto e cerco sempre di studiare, di capire come fa alcune cose e di cui mi attrae l’atmosfera che crea è Roger Deackins. Ha fatto quasi tutti i film dei Coen, è stato candidato tredici volte all’Oscar e finalmente lo ha vinto l’anno scorso con Blade Runner 2049. La cosa che mi coinvolge di lui è sua luce, al di là dei film: non la avverti mai. Non ne capisci mai la fonte, però mantiene una tridimensionalità e una spettacolarità che sembra sempre abbia messo trecento proiettori, dico per dire, ma tu non li vedi! È la cosa bella della luce. Quindi mi piace chiedermi a volte: ‘Wow, ma questo come l’ha fatto?’ Poi m’ispiro a tante altre cose. A certi film che vedo, come a fotografie, o a quello che noto semplicemente per strada.”

Però com’è cominciato il tuo mestiere e come ti sei formato?

“Nasce quando ero ragazzino, a Pescara. Avevo quest’idea di fare il regista, eravamo nei primi anni novanta e non c’era modo di capire come fare cinema restando in Abruzzo. Così ho frequentato il Dams a Bologna e ho subito capito che la strada del regista non era la mia. Dopo aver visto i vari lavori del cinema ho trovato il mio: la fotografia. Ho scoperto che mi piaceva raccontare con luci e immagini le mie idee fotografiche che mi venivano in mente leggendo le sceneggiature delle altre persone. È iniziata così, una carriera da autodidatta, rispetto al direttore della fotografia anche molto veloce. Ho fatto un unico film da video assist, era L’amore ritorna di Sergio Rubini, nel 2003. Già l’anno dopo feci la mia prima direzione della fotografia in una commedia con Luca e Paolo. Quindi diciamo che ho bruciato le tappe, forse anche troppo, nel senso che ho impiegato poi un po’ di tempo a ingranare la professione, ma poi sono arrivato fin qua.”

E adesso all’orizzonte hai il nuovo film di Nanni Moretti.

“Sicuramente è una soddisfazione essere chiamato da lui. Iniziamo a riprendere dal 4 marzo. Il film è tratto da un libro intitolato Tre piani, di un autore israeliano, Eshkol Nevo. Sarà senz’altro una grande esperienza quella di entrare nel cinema di Moretti.”

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