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Per qualcuno forse non significherà nulla, ma per qualcun altro è un nome che porta alla mente momenti di euforia e libertà: Generazione Diabolika ha segnato per molti il modello di divertimento della serata in discoteca, dove ballare musica elettronica (e non solo) senza pensare al domani. Arriva nelle sale di tutta Italia (o meglio, in una selezione di esse) il documentario omonimo, Generazione Diabolika appunto. Girato tra settembre 2017 e marzo 2018, il film – prodotto da Giuseppe Di Renzo, Silvio Laccetti e Gianmarco Capri – è stato scritto e diretto da Silvio Laccetti.

Sono 70 minuti di tuffo nel passato, nel primo decennio degli anni 2000, quando in tutta Italia ha iniziato a “diffondersi” questo format, portando in giro per le discoteche della penisola – fino ad arrivare ben oltre le Alpi – alcuni tra i dj e i vocalist più famosi del momento, accolti come star internazionali: Emanuele Inglese, D. Lewis, Paolo Bolognesi, Emix, Simone Lp, Henry Pass, senza dimenticare Vladimir Luxuria, Fabrizio De Meis, Stefano Santacruz e Lou Belluci. Ed è a pochi giorni dalla prematura morte di quest’ultimo (avvenuta il 15 settembre 2017) che il documentario inizia a ripercorrere le tappe fondamentali di questa storia.

Generazione Diabolika: un racconto fatto a suon di musica

generazione diabolika cinematographe.it

Una narrazione fatta di sonorità tech-house, immagini inedite delle serate più famose dell’NRG di Ciampino e interviste ai protagonisti di questa ondata di musica. Il documentario di Laccetti mescola a questo racconto dal sapore nostalgico un’analisi di quella che è stata parte della società italiana, ciò che ha caratterizzato i giovani e il popolo della notte dei primi anni duemila. Un periodo storico dove ancora non esistevano i social, il cellulare si usava per telefonarsi e mandarsi gli sms e i media tradizionali avevano ancora una predominanza su internet. Compresa la radio, ovviamente. Ed è dal connubio tra un’emittente come M2O e Generazione Diabolika – nata dallo spirito di una realtà come Muccassassina – che questa serata ha ricevuto nuova linfa, riuscendo a travalicare i confini del Grande Raccordo Anulare e raggiungendo gli ascoltatori di tutta Italia.

Un fenomeno di costume, raccontato in questo coraggioso esordio da coloro che l’hanno vissuto in prima persona e che ne hanno sancito il successo: dai primi passi nel mondo dello show business alla consacrazione globale, dalle serate da tutto esaurito alla scelta dei locali, fino ad arrivare ai dissidi interni che hanno poi decretato la fine di Generazione Diabolika. Il documentario di Laccetti – coadiuvato da una bellissima fotografia che regala lampi di splendidi angoli romani – invita lo spettatore a scoprire una vicenda trasgressiva, dissacrante e, allo stesso tempo, emblematica di una certa generazione.

Un documentario rivolto a pochi spettatori?

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Il rischio di un’operazione del genere, però, è proprio quello di realizzare un lavoro “settoriale”, capace di coinvolgere solo uno specifico target di pubblico, ossia quello che ha direttamente partecipato alle serate oggetto del documentario. È un rischio piuttosto alto e in parte realizzatosi: è indubbio infatti che, con una materia così specifica, anche il numero di coloro che possono apprezzarla si assottigli.

Ma Laccetti e i suoi collaboratori sono riusciti a confezionare un prodotto capace di raccontare a tutti, con un linguaggio piano e allo stesso tempo coinvolgente, le emozioni che le serate di Generazione Diabolika erano capaci di trasmettere ai ragazzi presenti: anche se non ci si è scatenati in prima persona al ritmo delle tracce suonate da Emanuele Inglese e gli altri, dal documentario emerge forte il senso di libertà che esse erano in grado di donare… e per un attimo si viene trasportati in pista.

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