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Netflix decide di  fare le cose in grande, si mette l’abito da sera ed è pronta a sorprendere ancora. Il 15 febbraio esce la prima stagione di The Umbrella Academy, la nuova serie originale basata sull’omonimo fumetto scritto da Gerard Way, frontman dei My Chemical Romance, disegnato da Gabriel Bá ed edito dalla Dark Horse Comics nel 2007.

La serie è ideata da Steve Blackman, già produttore di Legion e Fargo, e vanta nel cast la presenza di nomi eccellenti come Ellen Page, Mary Jane Blidge, Robert Sheehan, John Magaro e Kate Walsh. Ad affiancarli i meno noti Tom Hopper, Emmy Raver-Lampman, David Castañeda e Colm Feore, ma soprattutto i sorprendenti Cameron Britton ed il giovanissimo Aidan Gallagher.

The Umbrella Academy: la disfunzionale famiglia Hargreeves

La nascita è un fatto ordinariamente straordinario. Un evento bellissimo e carico di significati, ma, se visto in un contesto più grande, molto più comune di quanto si possa pensare. Il fatto straordinario sotto tutti i punti di vita avviene quindi non quando nel mondo si verificano 43 nascite contemporaneamente, ma quando tutte le donne interessate non erano neanche gravide la mattina del giorno del parto. Questo è il curioso caso del primo ottobre del 1989 ed è così che comincia la storia di The Umbrella Academy.

L’eccentrico miliardario sir Reginald Hargreeves (Feore) decide di adottare 7 dei pargoli nati nelle circostanze descritte sopra, dà ad ognuno di loro un numero e li addestra perché formino una squadra di supereroi, sono loro gli alunni della Umbrella Academy. 7 bambini, 7 numeri, 6 poteri diversi. Sì, perché Sette o Vanya (Page) è una ragazza assolutamente ordinaria, al contrario dei suoi fratelli Luther (Hopper), Allison (Raver-Lampman), Klaus (Sheehan), Diego (Castañeda), Ben e Cinque (Gallagher). Le imprese dei giovani supereroi divengono presto leggenda, ma non è tutto oro quel che luccica perché all’interno del nucleo familiare sorgono nel corso del tempo dei problemi sempre più evidenti. Il tetto degli Hargreeves è una fredda e distaccata palestra per corpo e mente, dove non c’è spazio per i sentimenti, per il dialogo o per la comprensione. Vanya viene costantemente esclusa per il fatto di non avere poteri, Klaus e Diego vengono spesso umiliati da sir Reginald, a Luther ed Allison non viene permesso di soddisfare le loro curiosità adolescenziali e le premature scomparse di Cinque e Ben non vengono mai affrontate. Il risultato è la crescita di 7 ragazzi disturbati e asociali, i quali, tolto Luther, fuggono appena possibile dal nido paterno per cercare di rimettere insieme i cocci delle loro esistenze.

THE UMBRELLA ACADEMY

La storia ci catapulta quindi in una situazione già compromessa, nella quale ognuno degli ex membri della Umbrella sta ormai conducendo una vita solitaria e non ha notizie degli altri da almeno 10 anni. Finché, come un fulmine a ciel sereno, sir Reginald viene a mancare, causando l’evento catartico che fa riunire tutti i fratelli. Di colpo i vecchi rancori, le incomprensioni, i problemi e i traumi tornano a galla, pronti a far esplodere una polveriera nascosta sotto il tappeto, ma mai smaltita. Quello che i ragazzi non sanno è che la fine del mondo è alle porte e solo loro hanno il potere di impedirla, non è proprio il momento di urlarsi in faccia per questioni vecchie di dieci anni.

Riusciranno i nostri eroi a mettere da parte il loro passato e a far fronte comune per salvare l’umanità? Che la corsa contro il tempo abbia inizio! Ma non preoccupatevi, dopo tutto il tempo è un concetto molto relativo.

The Umbrella Academy: tra Watchmen e gli X-Men

La sola presenza di Ellen Page come immagine copertina di un prodotto sui supereroi fa tornare alla memoria la sua Kitty Pride nella saga di X-Men e non si sbaglia se si pensa che la serie tragga enorme ispirazione dal gruppo di mutanti della Marvel. Ad un occhiata superficiale The Umbrella Academy potrebbe sembrare quasi una parodia: l’anaffettivo sir Reginald al posto di Xavier, la figura paterna per eccellenza; le difficoltà a rapportarsi nel mondo dei 7 fratelli così come il tema della paura della minoranza nei confronti dei mutanti; il percorso travagliato per accettare una vita non ordinaria e così via…

Ma si farebbe un grave torto al mondo degli Hargreeves se ci si fermasse ai riferimenti al mondo Marvel, perché Way ha preso a piene mani da tantissimi universi fumettistici, ma anche letterari, cinematografici e persino musicali. Un paragone che potrebbe risultare pesante, ma in realtà molto calzante, è quello con la leggendaria graphic novel Watchmen di sua maestà Alan Moore perché, sebbene venga meno la parte oscura, cinica e quasi orrorifica, risalta il dramma umano. L’essenza della serie sta nella sua capacità di ribaltare la prospettiva del supereroe da maschera a uomo, con tutte le sue debolezze, le sue bassezze, i suoi problemi personali e sociali, i suoi bisogni e i suoi desideri e soprattutto la sua personale ricerca, ossessiva e disperata, di un equilibrio.

Tutti vogliamo solo essere felici e questo The Umbrella Academy ce lo ricorda ad ogni occasione.

The Umbrella Academy: c’è vita oltre la Marvel

The Umbrella Academy

C’è poco da dire, dopo la notizia dell’interruzione dei rapporti con la Marvel, Netflix si è rimboccata le maniche e ha cominciato a lavorare su un format supereroistico alternativo e, se qualcuno ha visto il lancio di Titans come il canto del cigno, The Umbrella Academy è un vero e proprio ruggito. C’è vita oltre le serie Marvel, forse anche una vita più bella.

La serie di Blackman eccelle quando osa, quando esce fuori dagli schermi sia visivi sia narrativi dei prodotti Netflix, supportata da un cast notevole, una produzione consistente e una trama che dopo un inizio balbettante decolla come non mai, detonando in una serie di personaggi, risvolti, citazioni, ambienti e dialoghi esilaranti e coinvolgenti.

Al contrario risulta debole proprio in tutte le scelte (tante), in cui decide di rimanere nei limiti, assecondando trovate “acchiappone” in storia e dialoghi e scelte visive patinate e sbrillucicose. La regia è si stampo classico, segue la scia dei prodotti supereroistici e regala qualche inquadratura da ricordare, ma nulla più; la gestione della colonna sonora è da rivedere perché, complice il montaggio, spesso rimanda al videoclip piuttosto che ad una puntata di una serie televisiva; mentre la fotografia è all’altezza: guida benissimo lo spettatore attraverso le scene e tenta (rare volte) anche di spingersi un po’ oltre.

Concludendo, The Umbrella Academy si piace un po’ troppo, concedendosi qualche peccatuccio di vanità, ma ha tutto e anche qualcosina in più per conquistare il grande pubblico. Probabilmente ancora non ha trovato una sua impronta precisa e definita, in questo senso una risposta ce la darà anche la metabolizzazione degli spettatori. Risulta molto bella quando osa e (molto) banale quando non lo fa, ma una cosa è certa, ancora non è stato inventato nulla in grado di fermare Netflix.

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