Norimberga: recensione del film di James Vanderbilt dal 43TFF

Russell Crowe, Rami Malek, Michael Shannon e tanti, tanti altri sono i protagonisti di Norimberga, ricostruzione dello storico processo con un occhio al presente. Fuori Concorso al 43° Torino Film Festival, in sala dal 18 dicembre 2025.

Neanche ci prova, Norimberga, a nascondersi. Non gioca la carta della sottigliezza, rifiuta l’ambiguità, non si fida del registro allusivo. Nessun mistero, no; il film, il 18 dicembre 2025 in sala per Eagle Pictures ma prima presentato Fuori Concorso al 43° Torino Film Festival, parla del passato perché il presente intenda, qualunque presente si voglia prendere in considerazione (trent’anni dal 2025, va bene lo stesso). Regia di James Vanderbilt, sua anche la sceneggiatura, adattamento del libro di Jack El-Hai “The Nazi and the Psychiatrist”, ha un cast stratosferico: Russell Crowe, Rami Malek, Leo Woodall, John Slattery, Colin Hanks, Richard E. Grant, Wrenn Schmidt e Michael Shannon. È un affresco d’epoca abbastanza puntuale in quanto a verità storica, piuttosto classico nella messa in scena – e questo è un po’ un problema – provocatorio nelle conclusioni. Racconta del processo politico e spettacolare che concluse simbolicamente la Seconda Guerra Mondiale: il processo di Norimberga (novembre 1945, ottobre 1946). Ripetere non fa mai male: il passato è un gioco di specchi. Il tempo di Norimberga è un eterno, sinistro presente.

Norimberga: lo psichiatra e il nazista (e tutti gli altri)

Nuremberg; cinematographe.it

Maggio 1945, Europa, quel che resta della Germania. La guerra è praticamente finita, in Occidente. Manca qualcosa; è a questo punto che comincia Norimberga. Gli Alleati hanno vinto la guerra ma un trattato di pace non è sufficiente, né gli sforzi congiunti per stabilire un nuovo ordine mondiale. I vincitori hanno bisogno di inchiodare gli ispiratori della guerra, e della più spaventosa tragedia della storia umana, l’Olocausto, alle loro responsabilità. C’è chi pensa che la soluzione più semplice sia anche la più giusta: affidare quello che resta del Reich millenario al plotone d’esecuzione. Il giudice della Corte Suprema americana Robert H. Jackson (Michael Shannon), con l’ausilio della collega Elsie Douglas (Wrenn Schmidt), pensa ad altro. A un processo, a un banco degli imputati, a un giudice e a un verdetto.

Norimberga fa la storia del processo umanizzando e scomponendo. Sono tante, le figure emblematiche. Douglas Kelley (Rami Malek) è uno psichiatra dell’esercito americano. Assistito dal sergente Howie Triest (Leo Woodall), è incaricato di saggiare l’equilibrio psichico dei nazisti catturati e in attesa di giudizio. La sua balena bianca è Hermann Göring (Russell Crowe), secondo di Hitler, ora il massimo esponente del nazismo. Herr Göring è suadente, affascinante, enigmatico, conturbante. Russell Crowe intreccia l’attenzione al dettaglio del caratterista e la forza carismatica, autoevidente, del divo; è sinistro e magnifico. Rami Malek/Douglas è impulsivo, astuto – intervistare i gerarchi nazisti non è solo un’incombenza professionale, sta pensando a un libro sul processo – e disarmato di fronte al mefistofelico incedere di Hermann Göring.  

Norimberga racconta tutto il processo – suggestione, preparativi, svolgimento, esito – e la sua coerenza è la partita a scacchi tra due uomini. Un maestro criminale – la cui malvagità deve essere ricondotta a forma umana, è la chiave – e un uomo qualunque; un grande attore, Rami Malek, e un grandissimo attore, Russell Crowe. Il massimo piacere del film, e della sua (forse troppo) classica messa in scena, è il gioco degli interpreti. James Vanderbilt riesce a ritagliare spazio, tra le pieghe di un lungo racconto e potrebbe esserlo di più, data l’ampiezza e la problematicità dell’argomento (2 ore 28 minuti), a protagonisti e non, e tra questi vanno ricordati John Slattery, Colin Hanks, Richard E. Grant. La verità è che servono tutti, i divi conclamati e i talenti di supporto, per arrivare al cuore del film: parlare del Male, dell’umanità del Male, di responsabilità morale, del fascino perverso di ideologie perverse. Degli errori di ieri, che sono anche quelli di oggi.

Due ore, ventotto minuti

Norimberga; cinematographe.it

Due ore e ventotto minuti, la durata. Ma è più corretto scomporre e dire: due ore, ventotto minuti. Sono due i film dentro Norimberga: c’è la preparazione, l’incontro tra lo psichiatra Rami Malek e il gigante nero Russell Crowe, le trame sottobanco, il tentativo delle parti di volgere il processo e la sua mediaticità a proprio vantaggio – anche ai nazisti serve, Norimberga, per prolungare la seduzione del nazismo nel dopoguerra – e poi c’è il processo tout court, la battaglia nell’arena. James Vanderbilt non ha il tempo, con Norimberga, di costruire un film accogliente abbastanza da tenere dentro tutto, ma proprio tutto quello che di importante c’è da dire sul processo. Lucidamente, comunica le sue verità con la forza della sintesi e un paradosso.

Sintetico, il film riesce a esserlo nella misura in cui la preparazione prende più tempo del processo, e del processo a contare è il regolamento di conti tra le forze Alleate, scomposte nella triade Michael Shannon, Rami Malek e Leo Woodall, e quel che resta del Reich: Russell Crowe. Paradossale, perché il minutaggio è inversamente proporzionale alla forza emotiva e simbolica del momento. I 28 minuti finali di Norimberga arrivano con una forza, una pregnanza e un’inquietudine che sovrasta le due ore precedenti. Nonostante l’impeccabile messa in scena e la qualità delle interpretazioni, nonostante l’armonia tra l’arte nervosa di Rami Malek e l’inquietante, empatica seduzione di Russell Crowe, non c’è, nel segmento preparatorio del processo, nulla – che sia storytelling, gestione dei tempi o estetica – in grado di tenere testa al finale.

Lo squilibrio toglie fuoco alle polveri di Norimberga; esalta il secondo film nel film, penalizza il primo. Ci sono anche i pregi. È il raro caso di un intrattenimento di qualità che veicola qualcosa di paragonabile a un messaggio senza scadere nella retorica, nel pretenzioso, nell’eccesso didascalico. Il film costringe lo spettatore, in un presente (XXI secolo) di guerre e fascismi in ascesa, a guardare in faccia il Male, a riconoscere l’umanità dietro il Male – è facile liquidare Hermann Göring come un mostro, ma il film ce lo racconta anche come padre e marito amorevole, ed è assolutamente spaventoso – e a trarre sinistri parallelismi tra ieri e oggi. È successo, può succedere ancora, e se succede è anche per l’inerzia dei più. Nel richiamare lo spettatore a prendere posizione senza sacrificare le sue velleità spettacolari, Norimberga usa la Storia per una lezione interessante, scomoda e necessaria. Non siamo mai passivi: guardando, pensando, agendo. È bene ricordarlo.

Norimberga: valutazione e conclusione

Norimberga è (all’incirca) ventotto minuti esplosivi non adeguatamente preparati dalle prime due ore; è questione di una messa in scena troppo classica, standardizzata, timorosa di osare, spaventata forse dall’imponenza dell’argomento. È straordinario, del film scritto e diretto da James Vanderbilt, lo spessore del cast anche oltre il passo a due dei protagonisti Russell Crowe e Rami Malek. È rimarchevole la capacità che ha il film, sul finale, con un pugno di inquadrature e tempo ancora meno, di scivolare dal passato al presente e mostrarci come e perché il discorso di Norimberga appartenga al 1945 tanto quanto al 2025 (e seguenti, soprattutto seguenti). Più incisività nella preparazione del processo avrebbe ulteriormente rinforzato il segmento conclusivo, reso più affilato il messaggio e più solida l’emozione.

Regia - 3
Sceneggiatura - 3
Fotografia - 3
Recitazione - 4
Sonoro - 3
Emozione - 3

3.2